venerdì 25 febbraio 2011

Il mistero del coniglio scomparso

Di tutti i peluche uno sole gode di un trattamento prilegiato, uno solo è veramente nel cuore della Pupa: Pisolino.
Pisolino è un coniglio spiaccicato. Un pezza, in pratica, con attaccata una testa di coniglio. é talmente piatto e schiacciato che quando disgraziatamente finì sotto un suv, ne uscì come nuovo.
A me ricorda i conigli spiaccicati del viaggio in Scozia. Ero piccola e viaggiavo in un furgone con altre 6 persone: i miei, gli zii e i cugini. Il cugino più piccolo ancora riusciva a stare in piedi nel furgone, si sporgeva dal sedile centrale a guardare la strada e ogni due secondi gridava come un ossesso: "un coniglio spiaccicato!" "Due Conigli spiaccicati", "Tre conigli spiaccicati", ecc. ecc.. Ovviamente, al sesto coniglio eravamo tutti al limite massimo di sopportazione e il nostro unico desiderio era lanciare il pupo fuori dal parabrezza, passarci sopra con il furgone e poi gridare "un pupo spiaccicato!".
Avendo noi stoicamente resistito, la Scozia, all'epoca, si caratterizzava soprattutto per i conigli spiaccicati lungo le strade. Una vera ecatombe, povere bestiole.
Io immagino quindi che Pisolino sia uno di quelli, un coniglio zombi resuscitato dall'asfalto scozzese e giunto, dopo un lunghissimo viaggio, da mia figlia, fra le braccia della quale attende, paziente, che il piccolo cugino si faccia vivo...
Nell'attesa di quel giorno, Pisolino vive trascinato dalla Pupa in ogni luogo. Per riuscire a farglielo lasciare a casa prima di andare all'asilo, ho dovuto inventare che è un coniglio lavoratore.
Il lavoro di Pisolino consiste nel restare a letto tutto il giorno. é un narcolettico, così ho detto alla Pupa.
Per ora, se l'è bevuta.
Pisolino è di un bel color grigio fumo. Un tempo era bianco e se lo lavi torna ad essere bianco, ma solo per due o tre minuti, dopo è di nuovo grigio fumo, con meches nero corvino.
Pisolino è una cosa vera.
Spesso la Pupa me lo poggia sull'orecchio e mi dice "senti come batte il cuore di pisolino". "ah sì" rispondo io, mentre cerco con lo sguardo qualcosa per rianimarlo.
La pupa ci parla, gli racconta tutto e sente le sue risposte. Noi, no. Noi grandi non le sentiamo. Allora, me le faccio dire da lei.
Così, oggi ho scoperto che è stato Pisolino a scrivere sul muro e non la Pupa.
Ieri, invece, Pisolino era sparito (probabilmente si era nascosto per non essere punito?).
Ho rivoltato la casa come un calzino, per ritrovarlo. Sollevato cuscini e tappeti, spostato divani e letti, ma niente.
Alla fine ho dovuto mettere la pupa a letto senza di lui. Le ho dato la sorella gemella di Pisolino, Pisolina, che è identica a lui, ma rosa (cioè grigio fumo rosato). L'ha buttata via dicendo che quella è brutta e che lei voleva Pisolino, che invece è bello.
Le ho dovuto dire che era andato a fare un giro e sarebbe tornato la notte, con l'orco.
Ho atteso che si addormentasse (e c'è voluto veramente molto tempo, tempo da lei impegato a cantare "tanti auguri" a tutti gli altri pupazzi) e ho ricominciato a mettere sotto sopra la casa, sempre più angosciata.
Perdere il peluche preferito, il feticcio dei propri figli, è l'equivalente mammesco di una tragedia dell'umanità.
Già mi vedevo ad appendere foto e volantini in tutto il quartiere, con la  Foto segnaletica che per pracauzione gli abbiamo fatto e una grande scritta: Wanted, quando mi è venuto in mente un posto molto amato dalla Pupa (e dunque, di riflesso, dal coniglio), la cyclette.
Ovviamente è stato l'ultimo posto in cui ho cercato, dopo aver faticato ore su e giù per tutta la casa.
Ovviamente, lui era lì.
L'ho portato alla Pupa.
Si è svegliata appena, l'ha stretto forte sorridendo felice e gli ha detto "sei tornato Pisolo, ti sei divertito fori con papà?".
Di sicuro, più della mamma, le volevo dire. Invece, li ho baciati entrambi e ho passato la notte a meditare un piano di sopravvivenza: comprare altri dieci conigli bianchi, passarci sopra con la macchina e nasconderli nell'armadio.

giovedì 24 febbraio 2011

Autolesionismo

Fra le varie pratiche di autolesionismo che noi donne amiamo dedicare a noi stesse ce n'è una che si ripete, più o meno, una volta al mese: la ceretta.
Appartiene al genere anche la più odiosa delle pratiche di depilazione - correggo, epilazione, ché la depilazione non comporta lo strappo feroce del bulbo pilifero, ma solo la eliminazione del pelo superfluo -, la ceretta all'inguine.
Per anni, ho frequentato i centri estetici suggeriti da mia madre o dalle madri delle mie amiche. Bugigattoli al profumo di limone, dove lavorano signore di mezza età, poppute e materne, che ti strappavano via i peli con dolcezza, raccontando delle prodezze dei propri figli e/o nipoti.
La cliente abituale dei bugigattoli estetici ha circa 50 anni, la stazza dell'uomo tigre (in pensione) e l'agilità di una mucca in gravidanza.
Il massimo che le viene chiesto, dunque, consiste nel salire sul lettino, magari aiutata da un comodo gradino, sdraiarsi, chiaccherare amabilmente, dissimulando il dolore, e abbondanarsi alle abili e materne mani della giunonica estetista. 

Ultimamente, però, ho scoperto che proprio vicino a casa ho un comodo e moderno centro estetico, con prezzi  convenienti, brave estetiste e avventrici un po' meno attempate.
Sicché, ho dirottato le mie voglie autolesionistiche verso quei lidi.
Ho così scoperto che una seduta di epilazione all'inguine è ben più invasiva di una visita ginecologia.

Dal medico, infatti, dopo tre quarti d'ora di chiacchere, ti sdrai su un comodo lettino, il Dott. da una sbirciatina discreta, puccia qualcuno dei suoi arnesi, magari un cotton fioc gigante, incarta tutto, ti fa rivestire, chiacchera con te altri tre quarti d'ora e ti saluta con un bacio. Nella peggiore delle ipotesi, ti da un palpatina alle tette e ti prescrive un paio di analisi.

Nel moderno centro estetico, invece, ti viene chiesto di salire con un balzo sul lettino e adottare posizioni al limite del contorsionismo. Il tutto in un silenzio tombale carico di significato ("mamma com'è flaccida e pelosa questa").

Ecco cosa è successo a me:

"adesso facciamo l'inguine signora, va bene?"
"sì, grazie"
"allora lasci penzolare le gambe come un peso morto giù del lettino"
Ok, questo è facile. Certo un po' tirano e mi sento un orango appeso a un ramo, ma ce la faccio.
"adesso tiri su la gamba destra e la tenga dritta"
Mpf, mpf, sbuffo nella mia mente, mentre forzo un sorriso, e intentato penso: ma quanto dura sta tortura?
Ogni volta che la ragazza si gira per prendere nuova ceretta incandescente tiro giù la gamba e mi riposo, ma sono comunque esausta.
"può tenere con la mano qui?"
"mmmm" mugugno, mentre con una mano sono costretta a trattenere la ciccia delle cosce per evitare che copra la ceretta, facendola appiccicare dapperttutto, tranne che nel posto giusto.
"Adesso, pieghi le ginocchia verso il petto, tutte e due le gambe insieme"
"bene, ecco" questo sulla carta sembra più riposante, in realtà è un massacro.
"le pieghi e le avvicini al petto più possibile, prego".
...
"il più possibile" insiste, scandendo le sillabe.
"più di così non vanno" spiego io, mentre cerco di cacciare le tette sulla schiena, come fossero gobbe di cammello.
"ah, vabbè. allora tiri qui"
"dove?"
"le labbra"
ehhh?? penso. ma che mi sta facendo questa?!
"adesso tiri su la gamba sinistra e la tenga distesta verso l'esterno afferrando la caviglia"
cosa? e chi c'arriva alla caviglia?
Mentre mi divincolo come un polipo in un barile, sembra che la tortura sia finita.
Mi viene concesso di girarmi. Sono talmente stanca che quasi mi appisolo, mentre quella mi strappa con violenza tutti i peli.
L'inguine si fa anche dietro.
Lo so, non è inguine, ma qui al centro estetico da giovani donne atletiche ci tengono che le clienti siano glabre come poppanti (a proposito, perchè si associano le membra imberbi ai pupi? Mia figlia è nata che sembrava un pastore bergamasco, quel cane rasta con le trecce che toccano per terra, ed è ancora pelosa come una scimmia).
"Si metta carponi, signora"
Ancora? penso, disperata. Ma eseguo, anche perchè non sembra ci siano alternative.
Intanto maledico la mia dedizione alla casa che mi ha fatto sistemare la camera dei giochi di mia figlia, domenica mattina. Non potevo inventare un'attività più faticosa. Trenta minuti di corsa non sarebbero riusciti a ridurre i miei musculi in pontiglia come mettere in ordine quei maledetti giochi.
"Tenda la Gamba, signora"
"ummm"
Mentre sento i muscoli in fiamme, quella, forse, ha finito.
Mi accascio esausta.
"Ahh, ho dimenticato di farle la parte sopra (della patata, ndr), la vuole?"
"NNOOOOO, grazie!" esclamo, angosciata.

martedì 22 febbraio 2011

La fortuna di essere donne

Ci sono molte buone ragioni per gioire del fatto di essere femmine.

Possiamo fare shopping anche quotidianamente, senza che venga messa in dubbio la nostra eterosessualità.
Possiamo amare l'arte, la musica e la letteratura, senza che venga messa in dubbio la nostra eterosessualità.
Possiamo andare a cena con un'amica, senza che venga messa in dubbio la nostra eterosessualità.
Possiamo lavorare dieci o dodici ore al giorno, senza per questo dimenticare come si fa un uovo al tegamino.
Siamo capaci di dirigere un azienza e stirare una camicia.
Se abbiamo le palle, siamo in gamba. Se non abbiamo le palle, nessuno ci giudica inette, ma saremmo apprezzate perchè dolci e remissive.
Siamo in grado di scegliere il look più adeguato per ogni occasione. Appaiamo correttamente i calzini e riusciamo persino a ritrovare entrambi i membri della coppia calzuta nei cassetti, senza strillare "Amoreee, dov'è finito l'altro calzino?".
Se ci rechiamo in ufficio con jeans e blazer, siamo sportivamente eleganti e non inadeguate.
Se piangiamo al cinema, siamo dolci e sensibili e non fesse e senza nerbo.
Se non sappiamo cambiare una gomma bucata, nessuno ci giudica anormali e imbranate.
Se sappiamo cambiare una gomma, siamo pronte a dirigere una nazione.
Se riusciamo a parcheggiare con due semplici manovre, godiamo dell'approvazione e del plauso di uomini e donne.
Se per parcheggiare ci facciamo aiutare da dieci passanti che alla fine ci obbligano a scendere dall'auto e parcheggiano al posto nostro, siamo tenere e indefese, e comunque, nessuno ci giudica tetraplegiche o deficienti.
Non siamo obbligate a scendere dall'auto mentre ci fanno benzina, siamo anzi libere di attendere comodamente sedute, parlando al cellulare, truccandoci o inviando sms alle amiche.
Al risveglio, la mattina, siamo profumate come neonati, anche se abbiamo mangiato zuppa di cipolle la sera prima, e non c'è da aver timore ad entrare nella nostra camera da letto prima di aver arieggiato.
Dopo aver fatto pipi, il bagno è sempre pulito e nessuno può accusarci di aver insozzato tutto. Non dobbiamo faticare a tirar su tavolette, né riabbassarle dopo aver finito.

Soprattutto, il peggio che ci può accadere uscendo dalla metro è che la borsa resti incastrata nel tornello e l'impatto ci butti all'indietro fino a farci finire a terra, supine, ad osservare il vecchietto che avevamo superato baldanzose sulle scale scavalcarci balndanzoso con un sorriso pieno di significato.

Il peggio che può accadere ad un uomo, invece, è percorrere correndo il cancello d'uscita e andare ad impattare con la sbarra di ferro, posizionata esattamente all'altezza delle zone intime e bloccata.
A quel punto, l'uomo sarà sospinto all'indietro, arcuando la schiena in modo innaturale, si piegherà su se stesso, comincerà a sibilare gemiti incomprensibili, acquisirà un color melanzana, saltellerà su un piede solo, alternando i due arti, porterà le mani alla bocca, mordendo le dita, e poi le poserà sulle parti intime, accasciandosi in un ammasso informe, simile ad un fazzoletto usato.

Nessuna donna, neppure una con "due palle così", dovrà mai subire una tale onta!

lunedì 21 febbraio 2011

La festa del gatto

Il 17 febbraio si è celebrata la festa del gatto.
Anche in casa Mommy, abbiamo fatto la festa alla gatta.
No, non ce la siamo mangiata, invitando amici e parenti ad un China party.
Tutto il contrario.
Alla micia è stato concesso di fare colazione con me, spilluzzicando i bastoncini di crusca direttamente dalla busta e mangiandoli sul tavolo della cucina (per chi fosse preoccupato del livello di igiene in cui vive la pupa, segnalo che la busta era praticamente vuota ed è stata, immediatamente dopo l'ingresso delle zampe feline nei suoi meandri, buttata).
I maligni penseranno che la povera bestia è tirata su a pane secco e crusca. La verità  è che la signorina ha gusti difficili e fra le pietanze preferite annovera, ebbene sì, i bastincini di crusca.
Ama pure la farina cruda, il sale e l'intonaco del muro (è stata beccata più e più volte a leccarsi il muro con gioiosa ingordigia).
Come mai sia così grassa è un mistero. Alla crusca e alla farina, infatti, aggiunge poco altro. In confronto ai  gatti storici (i miei due vecchi gattoni passati a miglior vita durante la mia gravidanza), cresciuti a tre/quattro scatolette al giorno, lei è alla fame.
E però, bisogna ammetterlo, la micia è proprio una bella pagnottella. Con lei trova piena conferma quel detto "un secondo sulle labbra (fosse anche solo un misero pezzetto di crusca), tutta la vita sui fianchi".
é dieci rotoli di morbidezza, tutta la sua mamma (umana), insomma.
Perfettamente integrata nella realtà di casa Mommy.

Ormai, non è più solo la cara nonnina di Natale a credere che la micia sia gravida.
Ne sono convinti tutti gli amici dell'orco, le signore e signorine che ho esaminato per la scelta di una nuova tata (a proposito, ma perchè a queste selezioni non ne arriva mai una cantando "camcaminin camcaminin spazzacamin" chiarendo subito le idee alla povera mamma?), il postino.
Si è diffusa talmente la voce della sua gravidanza che se trovassi tre o quattro micetti dentro il cassetto dei maglioni non resterei poi così stupita.

Come dicevo, comunque, la poveretta è un pagnotta di ciccia.
Credo anche che ne sia pienamente consapevole, dato che passa la maggior parte del tempo a dormire nel cestino del pane, dal quale, è ovvio, i suoi rotoli strabordano, con un piacevole effetto soufflé.
Anche il veterinario ha stigmatizzato la sua grassezza "guardi che le può venire l'osteoporosi" ha detto.
Poi, però, appena mi sono girata un momento per rispondere al telefono e segnarmi che grasso non è bello (non per i gatti, almeno), l'ho visto che si accaniva sulle sue cicce sballonzolanti dicendole più o meno quello che le dice mia figlia, quando le salta addosso sul letto, ci si spalma sopra e la usa come un cuscino, "ma come sei bella tu, tutta morbida e profumata".

Per umani non li fanno dei dietologi così?
Uomini in camice che prescrivono diete a base di cioccolata e altri cibi consolatori e poi esaminano la paziente dicendo:
"Beh signora che vuole che le dica? lei è grassa! ma è così piacevolmente morbida! la prossima settimana aggiunga la cioccolata alla nocciola alla sua dieta!"

venerdì 18 febbraio 2011

L'amico rintronato

L'avevo detto io che il blog avrebbe creato incomprensioni e malumori.
E infatti.
Ad ogni pubblicazione di post ricevo lamentele e rimostranze, scritte e orali.
Da mia madre che retoricamente domanda "ma che si apre un blog per parlare male della mamma?!" e mi fa pensare che legga quello di un'altra, perchè io più di tre o quattro parole non le ho dedicato (e, voglio dire, se ne volessi parlare male, hai voglia quante parole le potrei riservare).
All'orco che bofonchia "lo so che è meglio se non lo leggo, lo so" e intanto contatta un avvocato per capire se può farmi causa e impedirne la pubblicazione.
C'è poi un amico - l'amico rintronato, appunto - che non osa commentare pubblicamente, ma mi tempesta di email in privato.
L'amico rintronato è entrato nella mia vita piuttosto di recente (beh, considerata la durata complessiva della nostra vita e il fatto che la maggior parte dei miei amici, poveretti, ci sono dentro dalla notte dei tempi, quella cioè in cui sono nata).

Non molti anni fa, siamo stati vicini in un momento difficile delle nostre vite.
Quando dico "vicini", non uso metafore o allegorie psicologiche. Intendo dire che eravamo proprio vicini fisicamente, seduti uno di fianco all'altra.
Insomma, siamo stati vicini di banco durante lo scritto dell'esame da avvocato. E parimenti vicini di sedia all'orale del medesimo esame.
Chiunque abbia fatto l'esame da avvocato sa che quello è stato, e probabilmente sarà, il momento peggiore di tutta la sua vita, che mai più, se ha la fortuna di passarlo, vivrà giorni altrettanto bui e faticosi.
Essere seduti vicini a quell'esame, dunque, ti lega per la vita.
E così, in effetti, sembra che sia fra me e l'amico R.
Certo, non è detto che io lo sopporti per il resto dei miei giorni o che lui sopporti me, ma per il momento il ricordo di quei giorni difficili è ancora così vivo in noi che non possiamo fare a meno di cercarci, una volta ogni tanto.

In ogni modo, l'amico rintronato ha sempre mostrato una spiccata antipatia per l'orco.
Non l'ha mai conosciuto, se non tramite le mie parole.
Non mi sono dunque mai spiegata questa sua avversione, ché io dell'orco parlo solo in termini lusinghieri (come è ormai di pubblica evidenza).
Nonostante ciò, da quando ha preso a leggere questo blog, l'amico R. ha cominciato a nutrire un forte sentimento di compassione e comprensione verso l'orco. Un sentimento che si sta lentamente tramutando in un vero e proprio trasporto.
All'indomani di ogni mia pubblicazione, R. annuncia la fondazione di comitati di supporto per l'orco, l'organizzazione di manifestazioni, la denuncia della situazione di maltrattamento in cui  lo costringo a vivere (chi io??).
Ora, dietro a questi proclami, c'è evidentemente una visione distorta dei miei equilibri familiari, visione che non può che essere frutto del suo personale rintronamento, dato che non è in alcun modo ricavabile dalla lettura delle parole pubblicate in questa sede.

A riprova dell'erroneità del convincimento dell'amico R, citerò un unico, recente, episodio delle mia vita di coppia.

Ieri sera, l'orco con l'aria abbacchiata e le orecchie mosce,  "sono tanto brutto e cattivo?" mi chiede.
In effetti, è qualche giorno che io sono inquieta, e, diciamolo, pure un po' incazzosa nei suoi confronti.
"Sì." dico, "Ma Se devo essere sincera, ora non mi ricordo perchè" aggiungo pensierosa (Ebbene sì, lo confesso, non ricordo più perchè ce l'ho su con lui).
"Ma un motivo serio e valido c'è di sicuro" proseguo, seria "quindi sì, senz'altro sì, sei brutto e cattivo".

Ora, ditemi voi, se non è un uomo logarato dal senso di colpa quello che a queste parole risponde
" lo so, hai ragione, ma vedrai che d'ora in avanti sarò buono" e a dimostrazione della verità di quello che dice mi rimbocca le coperte, mi porta un latte caldo, e mi dice "se hai bisogno di qualcosa questa notte, svegliami che corro".
Colpevole, amico R., all'esame da noi condiviso ci hanno insegnato a chiamare uno così Colpevole!

mercoledì 16 febbraio 2011

Rumors

Due sono i principi fondamentali del mio progetto pedagocico: mai mentire ai pupi, il postulato, creare un legame di fiudica, il corollario.
Sono brutalmente sincera con la Pupa.
Certo, ove so che non può arrivare a capire, mescolo un po' di finzione con la realtà.
Un conto è dire la verità, altro è far crescere i bambini senza sogni e fantasia, o, peggio, nella paura (la paura non è ancora entrata nel programma educativo. Prima o poi, so che dovrò spiegarle che gli uomini non sono tutti buoni  e belli e che di alcuni non ci deve fidare, ma due anni, secondo me, almeno per questo, sono troppo pochi).
La nostra vita è costellata di fate, folletti, lupi fantastici e amici immaginari.
Però, se uno dei nostri favolosi amici deve morire, chiarisco da subito che non potrà più tornare (oddio, magari qualche volta come fantasma rientrerà dalla finestra, ma potrebbe essere che non si riesca a vederlo).
Se capita qualcosa che disapprovo, devo confessarlo alla pupa (del resto, non saprei fingere).
Se l'orco preferisce uscire con gli amici una volta a settimana, piuttosto che stare con noi, mi rifiuto di dire che è andato a lavoro. Dico invece "papà è uscito per stare un po' con gli amici", e poi aggiungo "ci ha lasciate sole! sia ringraziato il cielo".
Quando esco la mattina per andare a lavoro, le dico che devo lavorare, certo, e che lo faccio perchè ci servono i soldi e che poi tornerò, come tutte le sere, per stare con lei. Ma qualche volta, complice Freud,  mi scappa un "mamma vuole andare a lavoro".

Comunque, tutto considerato (in particolare, il patrimonio genetico ereditato), la Pupa sembra rientrare nei canoni della normalità (ora, non è che io abbia ben chiaro quali siano questi canoni, ma mi sembra una bambina gestibile e, in ciò, forse, si può intravedere il barlume di un equilibrio psicologico).
Sono, insomma, piuttosto soddisfatta del mio programma educativo.

Ieri sera, poi, la Pupa ha ampiamente dimostrato di aver compreso perfettamente alcuni dei miei precetti e di aver incamerato quelle nozioni assolutamente indispensabili per condurre una vita serena che da due anni cerco di spiegarle. 

Leggevamo un libro della pimpa e si sentivano dei rumori nel palazzo.
Alla pupa non sfugge niente, figuriamoci se può soprassedere momentaneamente sui rumori.
Ha quindi interrotto il circolo letterario e aperto le indagini:
"chi è? cos'è mamma?"
Da quando mi tempesta di domande, per sopravvivenza, ho elaborato alcune risposte semplici, ma esaustive, che sembrano, in effetti, appagarla.
 "Raffaele" è la risposta ai rumori del palazzo.
Raffaele è uno dei nostri vicini. é un bel ragazzo, simpatico, ha la moto ed è sempre elegante.
Ergo, alla Pupa piace moltissimo.
Così quando lo nomino, attribuendogli la responsbilità per ogni minimo accadimento si verifichi nel palazzo (dai rumori di sottofondo alla chiamata dell'ascensore), la Pupa sembra contenta e concede un momento di silenzio, mentre rimugina sulla personalità di Raffaele.
Ieri, però, ha voluto approfondire la questione.
"io pure ho Rafaela, all'asilo"
"è vero, amore, la tua amica si chiama Raphaela (è brasiliana). Lui, però, si chiama Raffaele"
"ahh, e perchè mamma?"
"il nome finisce con la e non con la a, lo hanno scelto i suoi genitori".
"perchè, perchè?" ha insistito, per niente soddisfatta delle mie risposte.
"perchè è maschio!" ho detto, colta da un'illuminazione divina.
Mi ha guardato con gli occhi gonfi di compassione e ha sentenziato:
"ohh NO, Poverino!"

martedì 15 febbraio 2011

Freak show

Una domenica al parco è l'occasione ideale per esaminare il caleidoscopio umano composto dalle famiglie con pupi.

Agli scivoli, c'è un'alta concentrazione di materiale umano, una ressa che non si vede nemmeno il primo giorno dei saldi, per le vie del centro.
Madri, padri, nonni, tate, sorelle, qualche cugino, e un'infinità di pupi.
Quando credi di averli adocchiati tutti, quelli spuntano da dietro gli alberi o escono del sottosuolo come tanti piccoli funghetti. Ingombranti e rumorosi.

Il primo approccio è silenzioso.
Si osservano le usanze dei membri del gruppo e, solo un momento dopo, si tenta l'inserimento.
Mi riferisco agli adulti, ovviamente, ché i pupi si lanciano nella mischia dopo un secondo, e in qualche modo se la cavano .
Certo, può capitare che qualcuno sia spinto giù dallo scivolo a testa in giù. O tenuto appeso per i piedi alle scale a pioli. O ancora, ficcato sotto la sabbia a mo' di struzzo.
Ma sono riti di passaggio necessari per l'ingresso nel clan.

Una volta ammessi nell'insieme genitoriale, si può cominciare a pensare di intraprendere un percorso dialogico con gli altri membri.
A tal proposito, è bene sapere che la prima domanda è sempre e unicamente una:
"quanti anni ha il Pupo?"
Del nome, importa niente a nessuno.
Del ruolo degli accompagnatori - madre, padre, rapitore occasionale - se ne fregano tutti.
Della possibilità che il pupo ficcato sotto la sabbia stia morendo soffocato, se ne infischiano persino i suoi genitori.
Il solo dato in grado di suscitare l'interesse del conciliabolo genitoriale è l'età del pupo.
La ragione è chiara.
Su quella base si sviluppa il confronto e il materiale di conversazione.
"Tre anni?? oh che carino" ti dicono.
Poi, appena voltano l'angolo, attaccono in privato "Cacchio! il nostro a tre anni già aveva progettato lo shuttle per la luna, ti ricordi?".
"due anni?" Dicono della pupa "ma è molto alta"
"insomma" replico io, guardando quella che mi sembra una nana denutrita.
"sembra sveglia"
"anche troppo"
"parla?"
"Sì, ma capire quello che dice non è facile. Ha una pronuncia cino-roman-anglossasone" e intanto penso alla mattina, quando mi ha portato il cellulare dicendo "mamma, il tuo PILOFININO SONA"
"da quando usa il vasino?"
"Emmm, no, ancora non usa il vasino" Balbetto imbarazzata "ogni tanto fa la pipi nel water, ma io non ci sono mai e non riesco a trovare il tempo di insegnarle bene"
"Noooo" mi dicono con disprezzo, mentre fisicamente chiudono il cerchio del loro malefico clan. E intanto una delle mamme, rincara la dose "la mia ha imparato ad un anno. Le ho tolto il pannolino, in due giorni ha imparato e adesso, che di anni ne ha due, non lo usa più neanche la notte".
Ho il battito accellerato, "oh che brava" riesco a dire , mentre si insinua in me la convinzione che io sia  la madre peggiore del mondo.
"beh, del resto è un bambina eccezionale, a tre mesi già mi ha detto mamma, si rende conto! è così precoce" insiste quella.
"ohh" replico depressa, mentre guardo quel genio di bimba attaccato alle gambe della mamma.
Il Genio, però, sembra ammuttolito e attonito.  Forse, ha parlato tanto nel primo anno di vita che adesso non ne ha più voglia.

Anche se escluso dal consesso delle madri, il bravo genitore può passare il suo tempo a studiare le tecniche educative dei suoi simili.


E così, ecco che adocchio la madre modello anglosassone. é seduta e legge un libro su una panchina, non parla e soprattutto non vede i suoi figli che si appendono a testa in giù da un ramo, né sente le urla belluine che cacciano mentre giocano.

C'è la mamma "sono bambini", li osserva compiaciuta mentre picchiano quelli in fila per l'altalena allo scopo di salirci per primi, fa un sospiro e dice "ehh sono bambini!".

Laggiù, c'è  una mamma nazista. Chiacchera allegramente con le vicine di panchina, interrompe la conversazione solo occasionalmente per emettere sibili glaciali appena percepibili all'orecchio umano: "Tu smettere immediatamente o io portare zubito casa, ya".

C'è la mamm-ansiosa, quella che segue passo passo i pupi, disposta anche ad arrampicarsi sul castello gonfiabile o restare con il sedere incastrato nello scivolo, pur di non perderli di vista un momento. Irrompe continuamente nei giochi dei pupi per a) mettere il cappello di lana, b) togliere il cappello di lana, c) soffiare il naso, d) pulire le manine, e) infilare la giacca, f) togliere la giacca , g) rimettere la giacca, ma togliere il maglione, h) sputare su un fazzolettino e pulire la faccia dei figli (Come se la sua saliva possa essere meglio di un pò di erba). Se per caso il pupo riesce a divertirsi un nano secondo, viene colta da panico, lo ritira e corre a casa pensando che il rossore sulle guance sia un principio di rosolia.

Poi, c'è la mamma italica, è una specie molto diffusa nel nostro paese, e si contraddistigue facilmente per una caratteristica: l'urlo belluino che si intromette fugace in ogni conversazione e sovrasta qualsivoglia altro rumore "PuPooooo SMETTILA IMMEDIATAMENTE, ADESSO CONTO FINO A CINQUE POI VENGO Lì E TI FACCIO PIANGERE. PUPO UNO. PUPO DUE. ecc.".
Dopo il primo richiamo, è sufficiente ripetere il nome del pupo per suscitare in tutti i presenti, pupo escluso, un moto di terrore.
Li sento echeggiare dai quattro angoli del parco:
"RAUL!"
"MATISSE"
"MILO"
"NAOMI"
"CHANEL".

Ce ne sono ancHe di composti, che, devo dirlo, per la lunghezza perdono un po' di efficacia.
Dal calcistico "DIEGO ARMANDO", ad un classico "CESARE AUGUSTO", sino all'ecumenico "GIOVANNI PAOLO".

In mezzo a cotanta abbondanza, provo vergogna a confessare il nome della pupa.
Come si chiama, mi chiedono infine alcune mamme.
 "pupa" dico imbarazzata.
"pupa e poi?"
"pupa e basta"
"mmm ahh sì certo, un bel nome classico" che è un modo carino per dire che è un nome da vecchie bacucche.
Già lo so cosa pensano questi genitori "cosa potrà fare questa povera bimba con un nome così?"

E va bene, ho capito, a Impero e Pontificato ci rinunciamo.