Chiunque viva con uno di loro lo sa: gli orchi soffrono di gravi vuoti di memoria.
Gli chiedi di comprare pannolini per il mannarino? L'orco se ne dimentica.
Ma, insomma, non è la fine del mondo se il pupo rimane senza pannolini per un giorno.
Che sarà mai?
Al limite, lo troverai girare nudo per casa a marchiare ogni angolo di tiepida pipì, alzando la gambina e sgrullando il suo micro pisello a destra e a manca. Incantevole!
Arrivi a casa alle dieci di sera, distrutta da una giornata di lavoro e con una fame da iena in tempo di carestia? Diamine, l'orco si è mangiato tutta la cena con pupi e tata, dimenticandosi che anche tu mangi.
Vabbè, dai, può capitare, non muore nessuno. A parte te, di fame.
Esistono cose, nella società civile, chiamate dichiarazioni dei redditi?
Servizi che comportano l'esborso di una certa cifra di danaro alla ricezione di determinate comunicazioni scritte?
O ancora, mezzi di trasporto che necessitano di assicurazione o di un carburante per potersi muovere liberamente nel traffico?
Non ci sperate.
L'orco non dichiara ("ma scusa, anche io devo fare il 730? e perché?" "perché sei vivo."),
non paga ("ma come? c'è una scadenza per pagare le bollette? Vabbè, in fin dei conti, questa penombra è molto romantica..." "sì, mentre io accendo le candele, mangi tu tutta la carne che c'è nel freezer?" "Ma certo, ho una fame!" "vai comincia, allora" "ehh, ma, amo, è cruda!" "e tale rimarrà, non ricordi che hai voluto i fornelli elettrici, perché più sicuri per i bambini?"),
non assicura ("amo, mi hanno rubato la macchina..." "ma come? quel catorcio?" "sì..." "vabbè, meglio, con i soldi dell'assicurazione ti compri il motorino" "ehhmm, no, è che... ho scoperto che l'assicurazione era scaduta due mesi fa" "ohh... e, lasciami indovinare, da sola non si è rinnovata?")
e non rifornisce ("la macchina non cammina... puoi chiamare il meccanico?" "l'ho già chiamato, ha detto che con 50 euro di benzina ha risolto tutto..." "oh, fantastico, è proprio bravo! e quanto ci è costato?" "150 euro" "stupendo, è anche economico!").
La pupa aveva tre mesi, quando il disturbo si rivelò la prima volta.
Avevo impiegato trenta minuti di ninne nanne, scrollamenti, lanci in carrozza da parete a parete per farla addormentare.
Uscita dalla cameretta, trovai l'orco tutto preso da un conversazione telefonica. Il tono era quello degli orchi: milioni di decibel. (Il tenore, il solito, quello degli orchi-boys: "io userò spider man, ha più crediti. No, Batman è una sega. Non fa danni").
E così, benché il tema trattato fosse di vitale importanza per la sopravvivenza dell'umanità, azzardai un'interruzione: "Parla piano ché la bambina si sveglia".
"eh? cosa? Ma quale bambina?"
E dire che, all'epoca, ancora ricordava di spegnere la tv prima di addormentarsi, di accendere il gas sotto la pentola, di chiudere la porta di casa dopo aver preso le chiavi, di cercare la patente nel cassetto dei calzini prima di mettersi alla guida.
Negli anni, la memoria è divenuta via via più labile.
Un anno fa:
"Sto per partorire, vieni?"
"ma perché sei incinta?"
Sei mesi fa:
"hai preso la Pupa da scuola?"
"Ma perché va a scuola?"
Una settimana fa:
scendo dall'auto, mi reco a buttare una cartaccia, lo vedo che sopraggiunge e mi tende la mano.
"Andiamo?" dice.
"sì, ma scusa, e il Pupo dov'è?"
"ehh, chi?"
"il Pupo, tuo figlio"
"Ah già, quello! è in macchina, credo...".
lunedì 27 maggio 2013
giovedì 18 aprile 2013
Una telefonata
Giaccio seduta alla scrivania, circondata, sovrastata, assediata dalle pratiche. Affogo.
Chi entra in stanza ha difficoltà ad individuarmi. Sono un puntino nero, nascosto da decine di faldoni grondanti carta.
Vorrei piangere.
Ma piangere mi porterebbe via 15 preziosissimi minuti, magari anche una mezz'ora, e non ce l'ho tutto questo tempo da versare in lacrime.
Non ho tempo da sprecare con alcun tipo di liquido corporeo.
Contingento anche la pipi': non più di tre uscite dal muro di pratiche al giorno, per il bagno. Ho anche pensato ad un collegamento diretto, che so, una specie di catetere, ma ogni tanto qualche cliente passa nella mia zona ed è già abbastanza difficile giustificare gli stivali da bikers.
Lo so, sono cose da pazzi, ma questa - certi giorni - è proprio la mia vita.
Quando arriva sera, sono stremata.
Mi bruciano gli occhi, sono rossi e spenti.
Vedo lo schermo del pc a righe, avanza verso di me, come danzando.
Così, mi viene l'idea di chiamare il dott. Occhioperocchio: l'oculista.
(Ovviamente, le telefonate sono concesse solo nel corso degli spostamenti: casa-scuola, scuola-lavoro, lavoro-supermercato, tribunale-corted'appello, sezione prima- sezione ottava, stanza-bagno, ecc.).
"Pronto" dice Occhioperocchio.
"Dottore, buonasera, sono l'avv. Mommy, come sta?" io chiedo sempre "come sta", a tutti, in ogni frangente (naturalmente, sono preparata a risposte tipo "avv. mi ha chiamato in ospedale, dove sono ricoverato dopo essere stato investito da un autobus, come vuole che stia?").
Ma Occhioperocchio, per fortuna, dice "bene, avv., e lei? Mi dica..."
"bene bene, grazie, ma ho un po' di fastidio agli occhi, ci vedo di meno, bruciano" altrimenti, voglio dire, perché avrei chiamato un oculista?
"beh, prenoti una visita con la mia segretaria..."
"no, no dottore!" Lo interrompo "Che visita!? No, no, non posso!"
No dico, non ho tempo nemmeno per fare pipì, ci manca che vado a farmi visitare da un medico! "Non ho tempo dottore, non mi può dire qualcosa al telefono?"
Mi risponde con voce lenta, paziente, simile a quella che si usa con i matti:
"Io, avv., faccio l'oculista. Cosa le posso dire, senza visitarla?"
Mamma mia, questi dottori, fissati con anamnesi, diagnosi, visite specialistiche, esami... ma lo sanno che c'è gente che lavora?
"Ma non so...pensavo che mi potesse prescrivere delle goccine per occhi stanchi. Tipo... Come si chiamano? Lacrime artificiali..."
Per un momento penso all'assurdità della vita, non mi concedo le lacrime vere e poi mi sparo nel bulbo oculare quelle finte. Pagandole.
Ma subito scaccio via questi inutili pensieri e proseguo:
"Pensi che stasera ho visto lo schermo del pc ballerino. Si muoveva e veniva verso di me. E sembrava a righe!!"
C'è un momento di silenzio.
"Va bene, avv., ora le do il nome di alcune gocce, ma intanto si segni questo numero...".
La voce è sempre quella, quella dei matti.
E allora dico:
"grazie dottore, ma, guardi, ho già il numero di un ottimo analista, di una psicoterapeuta e di un neuropsichiatra..."
Me li hanno dati altri, prima di lei.
"Benissimo, e ora si segni anche il numero del tecnico del computer, per cortesia"
Chi entra in stanza ha difficoltà ad individuarmi. Sono un puntino nero, nascosto da decine di faldoni grondanti carta.
Vorrei piangere.
Ma piangere mi porterebbe via 15 preziosissimi minuti, magari anche una mezz'ora, e non ce l'ho tutto questo tempo da versare in lacrime.
Non ho tempo da sprecare con alcun tipo di liquido corporeo.
Contingento anche la pipi': non più di tre uscite dal muro di pratiche al giorno, per il bagno. Ho anche pensato ad un collegamento diretto, che so, una specie di catetere, ma ogni tanto qualche cliente passa nella mia zona ed è già abbastanza difficile giustificare gli stivali da bikers.
Lo so, sono cose da pazzi, ma questa - certi giorni - è proprio la mia vita.
Quando arriva sera, sono stremata.
Mi bruciano gli occhi, sono rossi e spenti.
Vedo lo schermo del pc a righe, avanza verso di me, come danzando.
Così, mi viene l'idea di chiamare il dott. Occhioperocchio: l'oculista.
(Ovviamente, le telefonate sono concesse solo nel corso degli spostamenti: casa-scuola, scuola-lavoro, lavoro-supermercato, tribunale-corted'appello, sezione prima- sezione ottava, stanza-bagno, ecc.).
"Pronto" dice Occhioperocchio.
"Dottore, buonasera, sono l'avv. Mommy, come sta?" io chiedo sempre "come sta", a tutti, in ogni frangente (naturalmente, sono preparata a risposte tipo "avv. mi ha chiamato in ospedale, dove sono ricoverato dopo essere stato investito da un autobus, come vuole che stia?").
Ma Occhioperocchio, per fortuna, dice "bene, avv., e lei? Mi dica..."
"bene bene, grazie, ma ho un po' di fastidio agli occhi, ci vedo di meno, bruciano" altrimenti, voglio dire, perché avrei chiamato un oculista?
"beh, prenoti una visita con la mia segretaria..."
"no, no dottore!" Lo interrompo "Che visita!? No, no, non posso!"
No dico, non ho tempo nemmeno per fare pipì, ci manca che vado a farmi visitare da un medico! "Non ho tempo dottore, non mi può dire qualcosa al telefono?"
Mi risponde con voce lenta, paziente, simile a quella che si usa con i matti:
"Io, avv., faccio l'oculista. Cosa le posso dire, senza visitarla?"
Mamma mia, questi dottori, fissati con anamnesi, diagnosi, visite specialistiche, esami... ma lo sanno che c'è gente che lavora?
"Ma non so...pensavo che mi potesse prescrivere delle goccine per occhi stanchi. Tipo... Come si chiamano? Lacrime artificiali..."
Per un momento penso all'assurdità della vita, non mi concedo le lacrime vere e poi mi sparo nel bulbo oculare quelle finte. Pagandole.
Ma subito scaccio via questi inutili pensieri e proseguo:
"Pensi che stasera ho visto lo schermo del pc ballerino. Si muoveva e veniva verso di me. E sembrava a righe!!"
C'è un momento di silenzio.
"Va bene, avv., ora le do il nome di alcune gocce, ma intanto si segni questo numero...".
La voce è sempre quella, quella dei matti.
E allora dico:
"grazie dottore, ma, guardi, ho già il numero di un ottimo analista, di una psicoterapeuta e di un neuropsichiatra..."
Me li hanno dati altri, prima di lei.
"Benissimo, e ora si segni anche il numero del tecnico del computer, per cortesia"
giovedì 28 marzo 2013
orti e giardini
A marzo si recidono le erbacce, si tagliano le foglie secche, si mettono a cassetta le nuove nate.
E io eseguo.
"Pupa, vieni ad aiutarmi a piantare la mimosa e a sistemare i bulbi dell'anno scorso???"
"Sì vai!! che bello piantiamo i BURBERI!!!"
"Aemmhh Sì, no, ecco...di solito quelli, i burberi, non si fanno piantare.
Piuttosto, loro piantano te"
E io eseguo.
"Pupa, vieni ad aiutarmi a piantare la mimosa e a sistemare i bulbi dell'anno scorso???"
"Sì vai!! che bello piantiamo i BURBERI!!!"
"Aemmhh Sì, no, ecco...di solito quelli, i burberi, non si fanno piantare.
Piuttosto, loro piantano te"
I viaggi dell'avvocata
Le mie colleghe sono tutte bionde.
Le mie colleghe sono alte e magre.
Le mie colleghe indossano ogni giorno i tacchi.
Mai le ho viste indossare lo stesso abito due volte. Non parlo della stessa mise ripetuta due giorni di fila (orrore!!). Intendo proprio due volte, in assoluto.
Persino i soprabiti variano di giorno in giorno.
Immagino le loro case come un'enorme, infinita, opulenta cabina armadio. Loro dormono nel centro, in un letto rosa, tondo, con materasso ad acqua, e i vestiti ruotano tutti intorno alla stanza. Il soffitto è di specchi. La cucina non c'è. Che se ne fanno? Ogni sera hanno un diverso invito a cena.
Le mie colleghe, per di più, viaggiano. Viaggiano per svago e interesse, certo. Le ho sentite organizzare week end romantici per le capitali del mondo e ponti alla beauty farm per sole donne.
Ma viaggiano pure per lavoro, spedite, con cadenza infrasettimanale, in giro per l'Italia, per irrevocabile decisione dei boss di studio.
Una macchina con autista le recupera sotto casa e le conduce in areoporto. Lì trovano ricovero nella sala vip & business di qualche ricca compagnia aerea, sino alla partenza.
Giunte a destinazione, vengono accompagnate in Hotel. Svolgono il compito per cui sono state convocate, per il quale si impiega di solito un tempo piuttosto limitato e poi - dato che comunque non si può mai sapere quanto ci vorrà e dunque i viaggi si programmano per almeno un giorno - possono avvalersi di diverse ore per godersi la città, cenare fuori, fare cose e vedere gente.
E quando poi giunge la sera, possono scappare a dormire in albergo. Fra mille coccole. Su lenzuola pulite. Senza rigurgiti. Munite del cartello do not disturb da appendere alla porta. In solitudine e silenzio.
Una pacchia.
Intanto io, mille miglia lontana, sono già al quarto cambio di pannolino, alla seconda pulizia del vomito e al terzo lavaggio delle fosse nasali.
A me tutto questo è precluso: i viaggi, l'autista, l'aereo, le cene fuori.
Non mi ci mandano. Non più. L'unico posto dove il boss ha detto che mi manderebbe è il Sudan. Pare che lì, in Sudan, ci siano dei trattamenti, riservati solo al gentil sesso, che a me farebbero un gran bene. Così dice lui.
Sino ad oggi pensavo di non viaggiare - nemmeno caricata su un cargo per il Sudan - per compassione.
Mi figuravo boss, super boss, gran capo e boss in seconda a confabulare fra loro:
"poveretta, ci manca solo che la mandiamo in giro per il mondo, ma l'hai vista com'è ridotta?", "lasciamola tranquilla, sono due anni che non dorme",
"e poi l'ultima volta che ha preso l'aereo ha vomitato" (beh, ma ero incinta),
"ha vomitato anche quella volta che ha dovuto fare quindici piani in ascensore nella sede del cliente" (beh, ma soffro di mal d'aria).
Dentro di me mi ribellavo con tutte le forze a questo trattamento: ma Porcapalettazozza, non ci arrivate?? Proprio perché sono una madre derelitta e insonne VOI DOVETE mandarmi via! Fatemi dormire in hotel, o anche in mezzo ai leoni del Sudan, che non possono esser peggio del mio pupo mannaro, ve ne prego!
Li imploravo con gli occhi, ma quelli erano sempre intenti a guardare le colleghe bionde.
E così le mie preghiere rimanevano inascoltate.
Oggi, però, ho avuto la sensazione che non sia la compassione a muovere le ruote dello studio, ma l'opportunità.
E così, per ragioni di opportunità, anche io verrò finalmente spedita in viaggio per lavoro.
Sì.
Purtroppo, non ho avuto tempo per godere della notizia che ho appreso quanto segue:
- dovrò recarmi con la mia sgangherata auto, il venerdì di Pasqua, con la pioggia e lo sciopero dei treni, in una località sperduta della Campania;
- lì giunta, dovrò cercare - munita solo del mio senso dell'orientamento, e cioè quello che mi fa perdere intorno al mio palazzo, quando scendo a buttare la spazzatura, - il Tribunale;
- depositerò quindi un atto, farò copia di tutto quello che trovo, per un totale di dieci/quindici chili di cartaccia;
- e - non vista e non udita da alcuno - tornerò in città in tempo per l'appuntamento con il pediatra.
Del resto, io non sono bionda. I miei capelli sono impossibili da contenere. Non sono alta e - a più di un anno dal parto - molti pensano che io sia all'ottavo mese di gravidanza (non son più qui per poter testimoniare, purtroppo).
Non metto i tacchi.
Peggio.
Di solito, mi muovo per le aule di udienza con le doctor marteens dei tempi del liceo. Con tanto di smiles e fiorellini disegnati da me con i pennarelli indelebili.
Ho due figli, una gatta appiccicosa come la carta moschicida e un orco in piena e perenne sindrome post adoloscenziale.
Infine (e quanto sopra rende chiaro perchè), son diventata quello che tecnicamente si dice "un paziente psichiatrico".
Ebbene, di dismettere le doctor marteens non se ne parla.
Non c'è altra soluzione:
mi farò bionda.
Le mie colleghe sono alte e magre.
Le mie colleghe indossano ogni giorno i tacchi.
Mai le ho viste indossare lo stesso abito due volte. Non parlo della stessa mise ripetuta due giorni di fila (orrore!!). Intendo proprio due volte, in assoluto.
Persino i soprabiti variano di giorno in giorno.
Immagino le loro case come un'enorme, infinita, opulenta cabina armadio. Loro dormono nel centro, in un letto rosa, tondo, con materasso ad acqua, e i vestiti ruotano tutti intorno alla stanza. Il soffitto è di specchi. La cucina non c'è. Che se ne fanno? Ogni sera hanno un diverso invito a cena.
Le mie colleghe, per di più, viaggiano. Viaggiano per svago e interesse, certo. Le ho sentite organizzare week end romantici per le capitali del mondo e ponti alla beauty farm per sole donne.
Ma viaggiano pure per lavoro, spedite, con cadenza infrasettimanale, in giro per l'Italia, per irrevocabile decisione dei boss di studio.
Una macchina con autista le recupera sotto casa e le conduce in areoporto. Lì trovano ricovero nella sala vip & business di qualche ricca compagnia aerea, sino alla partenza.
Giunte a destinazione, vengono accompagnate in Hotel. Svolgono il compito per cui sono state convocate, per il quale si impiega di solito un tempo piuttosto limitato e poi - dato che comunque non si può mai sapere quanto ci vorrà e dunque i viaggi si programmano per almeno un giorno - possono avvalersi di diverse ore per godersi la città, cenare fuori, fare cose e vedere gente.
E quando poi giunge la sera, possono scappare a dormire in albergo. Fra mille coccole. Su lenzuola pulite. Senza rigurgiti. Munite del cartello do not disturb da appendere alla porta. In solitudine e silenzio.
Una pacchia.
Intanto io, mille miglia lontana, sono già al quarto cambio di pannolino, alla seconda pulizia del vomito e al terzo lavaggio delle fosse nasali.
A me tutto questo è precluso: i viaggi, l'autista, l'aereo, le cene fuori.
Non mi ci mandano. Non più. L'unico posto dove il boss ha detto che mi manderebbe è il Sudan. Pare che lì, in Sudan, ci siano dei trattamenti, riservati solo al gentil sesso, che a me farebbero un gran bene. Così dice lui.
Sino ad oggi pensavo di non viaggiare - nemmeno caricata su un cargo per il Sudan - per compassione.
Mi figuravo boss, super boss, gran capo e boss in seconda a confabulare fra loro:
"poveretta, ci manca solo che la mandiamo in giro per il mondo, ma l'hai vista com'è ridotta?", "lasciamola tranquilla, sono due anni che non dorme",
"e poi l'ultima volta che ha preso l'aereo ha vomitato" (beh, ma ero incinta),
"ha vomitato anche quella volta che ha dovuto fare quindici piani in ascensore nella sede del cliente" (beh, ma soffro di mal d'aria).
Dentro di me mi ribellavo con tutte le forze a questo trattamento: ma Porcapalettazozza, non ci arrivate?? Proprio perché sono una madre derelitta e insonne VOI DOVETE mandarmi via! Fatemi dormire in hotel, o anche in mezzo ai leoni del Sudan, che non possono esser peggio del mio pupo mannaro, ve ne prego!
Li imploravo con gli occhi, ma quelli erano sempre intenti a guardare le colleghe bionde.
E così le mie preghiere rimanevano inascoltate.
Oggi, però, ho avuto la sensazione che non sia la compassione a muovere le ruote dello studio, ma l'opportunità.
E così, per ragioni di opportunità, anche io verrò finalmente spedita in viaggio per lavoro.
Sì.
Purtroppo, non ho avuto tempo per godere della notizia che ho appreso quanto segue:
- dovrò recarmi con la mia sgangherata auto, il venerdì di Pasqua, con la pioggia e lo sciopero dei treni, in una località sperduta della Campania;
- lì giunta, dovrò cercare - munita solo del mio senso dell'orientamento, e cioè quello che mi fa perdere intorno al mio palazzo, quando scendo a buttare la spazzatura, - il Tribunale;
- depositerò quindi un atto, farò copia di tutto quello che trovo, per un totale di dieci/quindici chili di cartaccia;
- e - non vista e non udita da alcuno - tornerò in città in tempo per l'appuntamento con il pediatra.
Del resto, io non sono bionda. I miei capelli sono impossibili da contenere. Non sono alta e - a più di un anno dal parto - molti pensano che io sia all'ottavo mese di gravidanza (non son più qui per poter testimoniare, purtroppo).
Non metto i tacchi.
Peggio.
Di solito, mi muovo per le aule di udienza con le doctor marteens dei tempi del liceo. Con tanto di smiles e fiorellini disegnati da me con i pennarelli indelebili.
Ho due figli, una gatta appiccicosa come la carta moschicida e un orco in piena e perenne sindrome post adoloscenziale.
Infine (e quanto sopra rende chiaro perchè), son diventata quello che tecnicamente si dice "un paziente psichiatrico".
Ebbene, di dismettere le doctor marteens non se ne parla.
Non c'è altra soluzione:
mi farò bionda.
giovedì 21 febbraio 2013
Un papà tutto mio
Temo che mia madre abbia capito che non sarò mai in grado di darle certe soddisfazioni.
In effetti, sono una figlia degenere: non mi sono sposata, non mi sposo, non ho in progetto di sposarmi.
(Peraltro, con chi?)
L'allergia ai matrimoni non ha coinvolto solo me, ma anche tutto l'entourage più stretto della famiglia Mommy. Mi riferisco a quei cugini, agli zii e alle zie dei pupi, legati da vincoli di sangue o più o meno acquisiti per affezione.
Quei parenti e amici che, tutti, non si sono mai sposati, non si sposano e non hanno alcuna intenzione di sposarsi.
Peggio, quei parenti e amici che, avendo dedicato alcuni minuti alla conoscenza e frequentazione dei miei figli, hanno deciso che la vita, in fondo, va già bene così com'è e che è più prudente non andare a rovinare tutto con una fecondazione e che, insomma, è molto più saggio non figliare, né ora, né mai.
Morale, Nonna Crudelia e le sue sorelle vivono in uno stato di profonda frustrazione da astinenza da sposalizio e/o nonnitudine.
Nonna Crudelia, per lo meno, può vantare il titolo di unica nonna del reame e, con la bontà d'animo che le è propria, non lascia pesare il suo monopolio alle amiche.
Fu infatti solo per un caso di alcolemia che disse ad alcuni bambini intenti a giocare con le Zie "tanto lei non è una nonna vera, non è una nonna vera, tiè!".
E fu solo un riflesso di luce quel bagliore che sembrò di scorgere nei suoi occhi neri come la pece, quando i bambini, in preda al panico, gridarono "NOO, come non è una nonna vera?? Certo che è una nonna vera...", proprio un attimo prima di scoppiare a piangere nel caldo abbraccio materno.
Ma - non potendo vantare anche il titolo di suocera a tutti gli effetti, madre della sposa, wedding planner - la Nonna soffre profondamente.
E solo lei potrà dire il dispiacere che le suscita partecipare ai matrimoni delle figlie delle amiche, senza poter mai ricambiare l'invito.
Solo lei potrà dire il disappunto che prova nel non poter disporre di un appellativo canonizzato per riferirsi all'Orco innanzi ad amici e parenti.
Solo lei potrà dire la contrizione che subisce il suo animo al pensiero di aver sbagliato qualcosa, nell'educarmi, per indurmi ad essere così restia al matrimonio.
Sono queste, credo, le ragioni per cui è solita ripetere una strana cantilena alla Pupa, una cantilena che suona più o meno così:
"Ma tu ti sposerai, vero? Ma quando ti sposerai? Con chi ti sposerai? Ti sei già fidanzata?".
Vessata da tale mantra, la Pupa ha cominciato a riflettere sul futuro.
Dopo attenta meditazione, ha tratto le sue conclusioni.
Che sono queste:
"Mamma..."
"Sì, amore"
"Mamma io devo andare a vivere da sola."
"ah! Va bene..." Dove avevo messo il numero della ditta dei traslochi?
"Ma per andare a vivere da sola mi serve un papà"
Dio C'è!
"Eccolo" replico istintivamete io, indicando l'orco "c'è il tuo, non va bene?".
Giuro che, se te lo prendi, pago io l'affitto della nuova casa, per i prossimi dieci anni!!!
"No, mamma, me ne serve uno tutto mio, un mio papà"
" E non è questo?" chiedo io, con il dito sempre puntato contro l'Orco.
Chi ti ha detto che non è lui? Mente!
"No, uno mio, nuovo!!" mi risponde, seccata.
"Ah, ho capito" ribatto, ormai in preda ad una profonda afflizione.
E no, però, così non vale! Già mi figuravo libera e felice...
"E... mamma?" mi dice, lanciando furtive occhiate al padre.
"Sì?"
"è proprio difficile trovarne uno..."
Sì, è proprio difficile.
E soprattutto, non è indispensabile: hai già il tuo, prendi lui!
In effetti, sono una figlia degenere: non mi sono sposata, non mi sposo, non ho in progetto di sposarmi.
(Peraltro, con chi?)
L'allergia ai matrimoni non ha coinvolto solo me, ma anche tutto l'entourage più stretto della famiglia Mommy. Mi riferisco a quei cugini, agli zii e alle zie dei pupi, legati da vincoli di sangue o più o meno acquisiti per affezione.
Quei parenti e amici che, tutti, non si sono mai sposati, non si sposano e non hanno alcuna intenzione di sposarsi.
Peggio, quei parenti e amici che, avendo dedicato alcuni minuti alla conoscenza e frequentazione dei miei figli, hanno deciso che la vita, in fondo, va già bene così com'è e che è più prudente non andare a rovinare tutto con una fecondazione e che, insomma, è molto più saggio non figliare, né ora, né mai.
Morale, Nonna Crudelia e le sue sorelle vivono in uno stato di profonda frustrazione da astinenza da sposalizio e/o nonnitudine.
Nonna Crudelia, per lo meno, può vantare il titolo di unica nonna del reame e, con la bontà d'animo che le è propria, non lascia pesare il suo monopolio alle amiche.
Fu infatti solo per un caso di alcolemia che disse ad alcuni bambini intenti a giocare con le Zie "tanto lei non è una nonna vera, non è una nonna vera, tiè!".
E fu solo un riflesso di luce quel bagliore che sembrò di scorgere nei suoi occhi neri come la pece, quando i bambini, in preda al panico, gridarono "NOO, come non è una nonna vera?? Certo che è una nonna vera...", proprio un attimo prima di scoppiare a piangere nel caldo abbraccio materno.
Ma - non potendo vantare anche il titolo di suocera a tutti gli effetti, madre della sposa, wedding planner - la Nonna soffre profondamente.
E solo lei potrà dire il dispiacere che le suscita partecipare ai matrimoni delle figlie delle amiche, senza poter mai ricambiare l'invito.
Solo lei potrà dire il disappunto che prova nel non poter disporre di un appellativo canonizzato per riferirsi all'Orco innanzi ad amici e parenti.
Solo lei potrà dire la contrizione che subisce il suo animo al pensiero di aver sbagliato qualcosa, nell'educarmi, per indurmi ad essere così restia al matrimonio.
Sono queste, credo, le ragioni per cui è solita ripetere una strana cantilena alla Pupa, una cantilena che suona più o meno così:
"Ma tu ti sposerai, vero? Ma quando ti sposerai? Con chi ti sposerai? Ti sei già fidanzata?".
Vessata da tale mantra, la Pupa ha cominciato a riflettere sul futuro.
Dopo attenta meditazione, ha tratto le sue conclusioni.
Che sono queste:
"Mamma..."
"Sì, amore"
"Mamma io devo andare a vivere da sola."
"ah! Va bene..." Dove avevo messo il numero della ditta dei traslochi?
"Ma per andare a vivere da sola mi serve un papà"
Dio C'è!
"Eccolo" replico istintivamete io, indicando l'orco "c'è il tuo, non va bene?".
Giuro che, se te lo prendi, pago io l'affitto della nuova casa, per i prossimi dieci anni!!!
"No, mamma, me ne serve uno tutto mio, un mio papà"
" E non è questo?" chiedo io, con il dito sempre puntato contro l'Orco.
Chi ti ha detto che non è lui? Mente!
"No, uno mio, nuovo!!" mi risponde, seccata.
"Ah, ho capito" ribatto, ormai in preda ad una profonda afflizione.
E no, però, così non vale! Già mi figuravo libera e felice...
"E... mamma?" mi dice, lanciando furtive occhiate al padre.
"Sì?"
"è proprio difficile trovarne uno..."
Sì, è proprio difficile.
E soprattutto, non è indispensabile: hai già il tuo, prendi lui!
sabato 16 febbraio 2013
la cena
Dopo 4 anni, 4 mesi, 3 settimane e due giorni, sono uscita a cena con l'orco.
4 anni, 4 mesi, 3 settimane e due giorni fa, avevo i capelli lunghi fino al sedere, portavo le trecce e pagavamo alla romana.
Questa volta, portavo una crocchia, un paio di ciuffi laterali allo scopo di nascondere i capelli bianchi e ho pagato io con la carta di credito. (L'ironia sta nel fatto che quando si pagava alla romana eravamo a Milano e ora che pago io siamo a Roma. Ma tant'è).
4 anni, 4 mesi, 3 settimane e due giorni fa, uscivamo di casa alle nove, cenavamo alle nove trenta, a mezzanotte ci infilavamo in un cinema d'essai, poi andavamo a bere e non tornavamo a casa prima delle tre.
Questa volta, siamo usciti di casa alle 7 e trenta, ci siamo seduti a tavola alle otto e alle nove, conclusa la cena, ci siamo trascinati fino alla macchina con un unico desiderio: tornare il prima possibile a casa.
Naturalmente, per poterci permettere questa ora d'aria, abbiamo dovuto neutralizzare la prole.
Uno è stato lasciato alla tata. Tanto, la chiama mamma ed è fermamente convinto che io sia una che presta assistenza notturna. Avrà pensato che fosse il mio giorno libero.
L'altra è uscita a cena fuori. Con i nonni, gli zii e non so chi altro.
Alle dieci, quando l'orco già russava da un pezzo e io avevo la palpebra pesante, ho mandato un sms piccato ai nonni:
"Dite alla Pupa di fare piano, quando rientra, perché noi stiamo già dormendo"
E se scopro che ha mangiato un quintale di caramelle, le vieto di uscire per i prossimi dieci anni!
4 anni, 4 mesi, 3 settimane e due giorni fa, avevo i capelli lunghi fino al sedere, portavo le trecce e pagavamo alla romana.
Questa volta, portavo una crocchia, un paio di ciuffi laterali allo scopo di nascondere i capelli bianchi e ho pagato io con la carta di credito. (L'ironia sta nel fatto che quando si pagava alla romana eravamo a Milano e ora che pago io siamo a Roma. Ma tant'è).
4 anni, 4 mesi, 3 settimane e due giorni fa, uscivamo di casa alle nove, cenavamo alle nove trenta, a mezzanotte ci infilavamo in un cinema d'essai, poi andavamo a bere e non tornavamo a casa prima delle tre.
Questa volta, siamo usciti di casa alle 7 e trenta, ci siamo seduti a tavola alle otto e alle nove, conclusa la cena, ci siamo trascinati fino alla macchina con un unico desiderio: tornare il prima possibile a casa.
Naturalmente, per poterci permettere questa ora d'aria, abbiamo dovuto neutralizzare la prole.
Uno è stato lasciato alla tata. Tanto, la chiama mamma ed è fermamente convinto che io sia una che presta assistenza notturna. Avrà pensato che fosse il mio giorno libero.
L'altra è uscita a cena fuori. Con i nonni, gli zii e non so chi altro.
Alle dieci, quando l'orco già russava da un pezzo e io avevo la palpebra pesante, ho mandato un sms piccato ai nonni:
"Dite alla Pupa di fare piano, quando rientra, perché noi stiamo già dormendo"
E se scopro che ha mangiato un quintale di caramelle, le vieto di uscire per i prossimi dieci anni!
martedì 5 febbraio 2013
Il Pupo Mannaro, anche detto Mannarino
Il destino, si sa, è crudele.
Gli spermatozoi, di più.
Quell'impavido, sciagurato, maledetto girino che si è divincolato nel collo del mio utero ed è approdato al mio solitario ovulo era crudele, molto spiritoso e pure un po' stronzo.
Portatore di una nuova specie, una specie che sicuramente dominerà l'universo nel giro di un paio di generazioni, una specie che - senza alcun dubbio - farà fuori tutte le mamme, in cinque, al massimo sei anni: i pupi mannari.
Io ho partorito uno di questi mostri.
Da subito, il mannarino si dimostra furbo, mendace e ingannatore.
Uscito dal ventre materno, quasi non piange. Resta inerme ad osservare la madre, sornione. Sembra buono. Si finge buono. Inganna tutti: medici, ostetriche, parenti.
In verità, si sta preparando.
La madre, ignara e sognante, esce dalla sala parto convinta di aver fatto un affare: un bambino, carino, facile da partorire (né troppo grosso, né troppo magro), con tutte le cosine al suo posto, bravissimo a ciucciare (esce già attaccato alle tette) e con un buon carattere.
Passano pochi minuti, e i conti non tornano.
Nella solitudine della stanza della clinica, il pupo comincia a rivelarsi per quello che è: un mostro disumano!
Appena nonni, padri, zii e dottori escono dalla stanza, il pupo si agita.
Al calar del sole, il pupo comincia ad intonare un lamento.
Scocca la mezzanotte e il pupo apre le fauci. Non le chiuderà sino all'alba del giorno dopo.
Per tutta la notte, urlerà alla luna. Se la luna non c'è, urlerà alle stelle. Se anche quelle non ci sono, alle nuvole. Soprattutto, urlerà contro di voi che avete avuto la sventurata idea di metterlo al mondo.
Esigerà di attaccarsi alle tette ogni trenta secondi, per tornare ad urlare immediatamente dopo.
Così, trascorreranno i primi 6 mesi.
Al sesto mese, il mannarino subisce una prima mutazione.
Il latte materno non gli basta più, comincia quindi ad ingurgitare tutto quanto riesce a trovare in giro.
Le deliziose pietanze preparate dalla madre con tanto amore, invece no.
Quelle le sputerà. In faccia alla genitrice. Sul soffitto. Sul nuovo tappeto persiano. E sui muri pittati di fresco.
All'anno di vita, ecco un'altra metamorfosi.
Il pupo comincia a mostrare i tipici caratteri del mannaro anche nelle ore diurne.
Quasi nessuno dirà più "che bel carattere!", "che bambino buono!".
Al contrario, i genitori cominceranno a ricevere sguardi di commiserazione e comprensione.
I vicini lasceranno nella cassetta delle lettere numeri telefonici di centri ascolto, confezioni di valium e tappi per le orecchie.
Dal dodicesimo mese, infatti, il mannarino si trascinerà per la casa, mostrando segni di indolenza verso tutti e tutto.
Fingerà di non saper camminare.
In verità, potrebbe farlo. Se solo ne avesse voglia!
Fingerà di non saper bere da solo. Potrebbe, saprebbe farlo. Ma perché consumare preziose energie, quando qualcuno può tenere il biberon al posto suo?
Fingerà di abbracciare la sorella. In verità, terrà sotto controllo la direzione dello sguardo materno e, non appena lo vedrà diretto altrove, assalterà la sorella con pugni e morsi. Si metterà, poi, a piangere, tenendosi la testa con una mano e indicando con l'altra la consanguinea.
Fingerà di non saper impugnare penne o matite. Ma, quando nessuno vede, correrà a disegnare sui muri della casa e poi porterà le matite nella stanza della sorella.
Non chiamerà mai "mamma". Al limite, potrà definire il padre "mamma", con intento dispregiativo. Saprà pronunciare il nome della tata, non importa quanto questo sia impronunciabile.
Dirà perfettamente "No", accompagnandolo anche con eloquenti gesti della testa e delle mani. Sarà in grado di dire "bagnetto", "pappa" e "cioccolata al latte con le nocciole".
Ma, mai e poi mai, si rivolgerà alla genitrice chiamandola "mamma". Emetterà, invece, dei suoni gutturali, che suoneranno tipo "ehhhaaarrrggg" e che avranno un significato inequivocabile: "VIE.NI.QUI.SU.BI.TO!".
Continuerà a vomitare su muri e tappezzeria qualsiasi cibo preparato per lui.
Mangerà qualsiasi cibo che la genitrice abbia preparato per sé. Apprezzerà, in particolare, cime di rapa, peperoncino, curry piccante, verdure di stagione ben ripassate con aglio, cipolle crude e cosce di rana.
Si arrampicherà lungo i mobili della cucina per rubare ogni sorta di merendina/biscotto/dolcetto presente in casa. Se ricoperto di cioccolato, mangerà anche il torrone.
La notte, continuerà a svegliarsi una media di dieci volte. Si sveglierà comunque alle sei di mattina, pronto per giocare.
Prima di dormire, esigerà nell'ordine:
- cambio del pannolino, con spernacchiamento dell'ombelico,
- massaggio all'olio,
- latte caldo con tre biscotti,
- canzoncine e musica,
- lettura di libri, possibilmente interessanti (altrimenti, comincerà a sbuffare, quindi attaccherà con il tipico lamento mannarico "ueehhheaarggg", tirando fuori gli artigli, e lancerà il libro contro il muro, sfondandolo),
- dondolamento con massaggio alla schiena, fra le braccia della genitrice.
Comunque, rifiuterà di addormentarsi, se non in presenza di una o più odalische (madre, tata, nonne), meglio se sedute a terra, al fianco del lettino, con mano incastrata fra le sbarre contenitive a tenere la sua zampa pelosa.
Si alzerà più e più volte per verificare la presenza delle odalische.
Si risistemerà nel letto, sbuffando e picchiando il cuscino. Infine, fingerà di dormire.
Per l'amor di Dio, non vi muovete! (hanno anche scritto un libro, mi pare, sul tema: "non ti muovere". Ecco. Non fatelo!)
Non sta dormendo, vi sta mettendo alla prova.
Se osate muovervi, è la fine.
Comincerà ad urlare.
Poi vomiterà.
Gli usciranno zanne, artigli e peli.
E non sarà soddisfatto fino a che non avrà conquistato le uniche cose che realmente desidera: il vostro letto e la vostra cioccolata.
Gli spermatozoi, di più.
Quell'impavido, sciagurato, maledetto girino che si è divincolato nel collo del mio utero ed è approdato al mio solitario ovulo era crudele, molto spiritoso e pure un po' stronzo.
Portatore di una nuova specie, una specie che sicuramente dominerà l'universo nel giro di un paio di generazioni, una specie che - senza alcun dubbio - farà fuori tutte le mamme, in cinque, al massimo sei anni: i pupi mannari.
Io ho partorito uno di questi mostri.
Da subito, il mannarino si dimostra furbo, mendace e ingannatore.
Uscito dal ventre materno, quasi non piange. Resta inerme ad osservare la madre, sornione. Sembra buono. Si finge buono. Inganna tutti: medici, ostetriche, parenti.
In verità, si sta preparando.
La madre, ignara e sognante, esce dalla sala parto convinta di aver fatto un affare: un bambino, carino, facile da partorire (né troppo grosso, né troppo magro), con tutte le cosine al suo posto, bravissimo a ciucciare (esce già attaccato alle tette) e con un buon carattere.
Passano pochi minuti, e i conti non tornano.
Nella solitudine della stanza della clinica, il pupo comincia a rivelarsi per quello che è: un mostro disumano!
Appena nonni, padri, zii e dottori escono dalla stanza, il pupo si agita.
Al calar del sole, il pupo comincia ad intonare un lamento.
Scocca la mezzanotte e il pupo apre le fauci. Non le chiuderà sino all'alba del giorno dopo.
Per tutta la notte, urlerà alla luna. Se la luna non c'è, urlerà alle stelle. Se anche quelle non ci sono, alle nuvole. Soprattutto, urlerà contro di voi che avete avuto la sventurata idea di metterlo al mondo.
Esigerà di attaccarsi alle tette ogni trenta secondi, per tornare ad urlare immediatamente dopo.
Così, trascorreranno i primi 6 mesi.
Al sesto mese, il mannarino subisce una prima mutazione.
Il latte materno non gli basta più, comincia quindi ad ingurgitare tutto quanto riesce a trovare in giro.
Le deliziose pietanze preparate dalla madre con tanto amore, invece no.
Quelle le sputerà. In faccia alla genitrice. Sul soffitto. Sul nuovo tappeto persiano. E sui muri pittati di fresco.
All'anno di vita, ecco un'altra metamorfosi.
Il pupo comincia a mostrare i tipici caratteri del mannaro anche nelle ore diurne.
Quasi nessuno dirà più "che bel carattere!", "che bambino buono!".
Al contrario, i genitori cominceranno a ricevere sguardi di commiserazione e comprensione.
I vicini lasceranno nella cassetta delle lettere numeri telefonici di centri ascolto, confezioni di valium e tappi per le orecchie.
Dal dodicesimo mese, infatti, il mannarino si trascinerà per la casa, mostrando segni di indolenza verso tutti e tutto.
Fingerà di non saper camminare.
In verità, potrebbe farlo. Se solo ne avesse voglia!
Fingerà di non saper bere da solo. Potrebbe, saprebbe farlo. Ma perché consumare preziose energie, quando qualcuno può tenere il biberon al posto suo?
Fingerà di abbracciare la sorella. In verità, terrà sotto controllo la direzione dello sguardo materno e, non appena lo vedrà diretto altrove, assalterà la sorella con pugni e morsi. Si metterà, poi, a piangere, tenendosi la testa con una mano e indicando con l'altra la consanguinea.
Fingerà di non saper impugnare penne o matite. Ma, quando nessuno vede, correrà a disegnare sui muri della casa e poi porterà le matite nella stanza della sorella.
Non chiamerà mai "mamma". Al limite, potrà definire il padre "mamma", con intento dispregiativo. Saprà pronunciare il nome della tata, non importa quanto questo sia impronunciabile.
Dirà perfettamente "No", accompagnandolo anche con eloquenti gesti della testa e delle mani. Sarà in grado di dire "bagnetto", "pappa" e "cioccolata al latte con le nocciole".
Ma, mai e poi mai, si rivolgerà alla genitrice chiamandola "mamma". Emetterà, invece, dei suoni gutturali, che suoneranno tipo "ehhhaaarrrggg" e che avranno un significato inequivocabile: "VIE.NI.QUI.SU.BI.TO!".
Continuerà a vomitare su muri e tappezzeria qualsiasi cibo preparato per lui.
Mangerà qualsiasi cibo che la genitrice abbia preparato per sé. Apprezzerà, in particolare, cime di rapa, peperoncino, curry piccante, verdure di stagione ben ripassate con aglio, cipolle crude e cosce di rana.
Si arrampicherà lungo i mobili della cucina per rubare ogni sorta di merendina/biscotto/dolcetto presente in casa. Se ricoperto di cioccolato, mangerà anche il torrone.
La notte, continuerà a svegliarsi una media di dieci volte. Si sveglierà comunque alle sei di mattina, pronto per giocare.
Prima di dormire, esigerà nell'ordine:
- cambio del pannolino, con spernacchiamento dell'ombelico,
- massaggio all'olio,
- latte caldo con tre biscotti,
- canzoncine e musica,
- lettura di libri, possibilmente interessanti (altrimenti, comincerà a sbuffare, quindi attaccherà con il tipico lamento mannarico "ueehhheaarggg", tirando fuori gli artigli, e lancerà il libro contro il muro, sfondandolo),
- dondolamento con massaggio alla schiena, fra le braccia della genitrice.
Comunque, rifiuterà di addormentarsi, se non in presenza di una o più odalische (madre, tata, nonne), meglio se sedute a terra, al fianco del lettino, con mano incastrata fra le sbarre contenitive a tenere la sua zampa pelosa.
Si alzerà più e più volte per verificare la presenza delle odalische.
Si risistemerà nel letto, sbuffando e picchiando il cuscino. Infine, fingerà di dormire.
Per l'amor di Dio, non vi muovete! (hanno anche scritto un libro, mi pare, sul tema: "non ti muovere". Ecco. Non fatelo!)
Non sta dormendo, vi sta mettendo alla prova.
Se osate muovervi, è la fine.
Comincerà ad urlare.
Poi vomiterà.
Gli usciranno zanne, artigli e peli.
E non sarà soddisfatto fino a che non avrà conquistato le uniche cose che realmente desidera: il vostro letto e la vostra cioccolata.
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