é da qualche tempo che mi lascio coinvolgere in riflessioni sui massimi sistemi.
Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andremo?
Chi mi ha spinto a simili elucubrazioni filosofiche (altrimenti dette, pippe mentali)?
La pupa, naturalmente.
Da quando ha acquisito l'uso della parola e la capacità di elaborare frasi apparantemente corrette, ha gettato l'intera famiglia nel dubbio.
Arricchisce le nostre giornate con racconti sospesi tra lo stravagante, l'improbabile e l'assurdo.
E infatti, pur volendo ammettere che quando parla dei cavalli verdi da cavalcare si riferisca ad un sogno e che quando racconta di un metodo facile per fare i soldi (entrare in non so quale posto e spingere non so quale pulsante, ... un grilletto?) stia inventando di sana pianta, ci sono alcune dei suoi racconti che, mascherati di pura razionalità, alimentano una serie di ragionevoli domande.
Ecco cosa mi ha detto l'altra sera.
"cosa fai mamma?"
"Taglio i finocchi"
"io aiuto te"
"NOO, sto usando il cottellaccio, non si può! Il coltello è molto pericoloso e lo usano solo i grandi"
"ah Sì, è vero. Infatti, quando io ERO Grande talliavo tutte le verdure"
"Eh? Forse vuoi dire quando Sarai grande, TaglieRAI le verdure"
"no, no, Mamma! quando io ero grande talliavo le verdure"
"ma dove?"
"giù al fiume"
...
"Ah! e chi altro c'era con te? C'era mamma? Papà?"
"no, no. C'era i caballi, io preparava la pappa ai caballi"
Dopo tali affermazioni, é chiaro che una mamma si ponga delle domande.
Mia figlia è pazza, ha parecchia fantasia o ha la memoria di una vita passata?
Confesso che l'idea della reincarnazione mi ha sempre affascinata.
Come sarebbe bello sapere che si continua a campare in eterno, facendo ogni volta nuove esperienze (pazienza se in una delle vite finiamo in padella, andrà meglio la prossima volta).
é un pensiero rassicurante.
Molto più dell'idea di una vita in paradiso, dato che tocca arrivarci e sembra che non sia semplice.
Molto più del pensiero di finire all'inferno (cosa praticamente certa, visto che non mi basterebbero tre vite per farmi perdonare i peccati di una).
Insomma, non ho voglia di rendere la mia vita un inferno solo per andare in paradiso. Né ho alcun desiderio di godermi un paradiso quaggiù, con la prospettiva di passare l'eternità cotta in graticola (va bene una vita, ma tutta l'eternità è veramente un po' troppo).
Che poi viene da chiedersi che gran casino siano paradiso e inferno (soprattutto questo). Sarebbero infatti milioni di anni che le anime dei defunti passano oltre e si recano in quei luoghi.
Cavolo, ma quando toccherà a me, ci sarà posto o dovrò prima notificare uno sfratto?
Francamente, preferisco non andarci.
Tremo al solo pensiero di passare da una coda sulla tangenziale ad una per entrare all'altro mondo!
Ho vissuto a Roma, ho già dato!
Molto meglio restare qui e rinascere gatto (possibilmente non nero e non per strada, un bel gattone di casa, meglio ancora uno dei gatti delle mie amiche! ah quella sì sarebbe una vita degna di essere vissuta!).
Quello che mi preoccupa, dunque, non è l'idea della reincarnazione in sè e nemmeno mi sconvolge pensare che mia figlia abbia ricordi di una vita passata.
Quello che mi preoccupa è sapere chi diamine era prima!!
Eh sì, perchè visto quello che combina ogni giorno e sentiti i racconti che fa, mi sta venendo il sospetto che io abbia partorito Calamity Jane!
venerdì 25 marzo 2011
martedì 22 marzo 2011
è primavera
é primavera.
L'aria è più calda, splende il sole, gli uccellini cinguettano, gli alberi sono in fiore.
Da un paio di giorni, sembra che la pioggia abbia lasciato il posto al sereno.
Ci sentiamo tutti più stanchi, ma pronti alla rinascita.
é giunto il momento di spiegare alla pupa cosa sono le stagioni.
Metto Vivaldi in sottofondo e mi preparo alla lezione.
Arriva l'orco.
"ma tu lo conosci questo? chi è?"
Ma come chi è, diamine? Ma che razza di uomo ho sposato? Non è un orco, è un troglodita. C'ha più di duemila cd e non conosce i padri fondatori della musica!
Vivaldi, poi, è l'autore più inflazionato della storia della musica.
L'hanno usato per la pubblicità di ogni bene di consumo uscito dalle fabbriche di tutto il mondo, negli ultimi cento anni.
é stato la sigla di una serie infinita di programmi televisivi. E quando in uno dei Tg delle reti commerciali montano uno di quei servizi girati come un telenovelas argentina o usano Vivaldi o i Sigur Ròs. Per non parlare delle attese telefoniche! Ce l'hanno tutti, dalle pagine gialle, agli studi legali, alle forniture di "pino er re della Sarciccia"!
Ecco cosa penso.
Però, gli dico:
"QUESTO è Vivaldi, le quattro stagioni, ce l'abbiamo in MP3, Vinile e cd".
Se ne va soddisfatto.
Io posso finalmente dedicarmi alla pupa, sperando di riuscire a recuperare parte delle tare genetiche che ha ereditato dal padre.
Mi munisco di "Pimpa e il natale" e attacco.
"Vedi Pupa, qui dalla pimpa è inverno. C'è la neve e fa freddo."
"sììì, la neve" risponde entusiasta.
"poi, però, l'inverno finisce e arriva la primavera. Escono tutti gli uccellini, crescono le piante e nei prati vengono i fiori. Poi, viene ancora più caldo e i fiori diventano frutti ed è l'estate".
"e andiamo al mare"
"sì, bravissima, andiamo al mare. Poi, torniamo a casa, viene più freddo, cadono le foglie ed è l'autunno".
Mi guarda attenta. Sembra aver capito.
Finita la sessione accademica, ci prepariamo per uscire.
Io indosso uno dei miei soliti modelli - piagiamone, informale e informe. Ma sono in ordine.
La pupa è deliziosa, con un vestitino color panna a righine blu e il cappottino blu, tutto aderente (per forza, la taglia è un anno e lei ne ha due).
L'orco, prima di uscire, è colto da un attacco acuto di orchite.
Zompetta fino allo spogliatoio con aria indecisa, e recupera dall'armadio i capi più orrendi che esistono nel suo guardaroba ( e nel mondo intero, e nella galassia, e, probabilmente, nell'universo). Sono talmente abominevoli che quando li tira fuori dall'armadio, mi pare di sentire che quello tiri un sospiro di sollievo. Poveretto, forse crede che li abbia presi per fiondarli in un cestino.
Illuso!
Prima di essere colta da un raptus omicida, mi reco ad attendere al piano di sotto.
Quando si ripresenta al nostro cospetto, ha i calzini uno diverso dall'altro, le scarpone nere con i teschi rossi, i pantaloni bucati che non si allacciano più sulla pancia, un golf giallo canarino con sotto una maglietta verde pisello, bucata, sporca e indossata al contrario.
Che faccio? Ci litigo tre ore per cercare di ricondurlo ad una qualche ragione estetica e mi perdo le ultime ore di sole, o lascio perdere e fingo di non conoscerlo mentre siamo per strada?
Opto per questa seconda ipotesi. Del resto, sono già abituata a fingere di non conoscere il cane ("ma di chi è questo cane che ha tolto il gelato dalle mani di mio figlio?", tacere e ostentare indifferenza, "ma signora questo cane la segue!", "ah davvero? oh poverino si sarà perso", "è sicura che non si sia suo?" "ma certo, vuole che non riconosca il mio cane?").
Nel cortile di casa, c'è un piccolo giardino.
Un quadrato di un metro per un metro di erbacce. Ma è primavera, è quindi ora ci sono anche tre o quattro margherite.
La Pupa ci si fionda. Poi mi chiama, saltellando.
"Guadda mamma, guadda! I fioli crescono!"
"sì, è vero. è la primavera, amore, te l'ha detto la mamma!".
La trascino in macchina e la sistemo sul seggiolino, mentre l'orco è già al volante.
Lei intanto ripete: "a primavera clescono i fioli, a primavera crlesce tutto".
Poi lancia un'occhiataccia davanti, mi guarda e mi dice:
"a primavere cresce tutto, però i capelli di papà non cresce, no!"
"Che vuoi amore mio" sospiro io "le stagioni sono belle, ma i miracoli non li sanno mica fare!"
L'aria è più calda, splende il sole, gli uccellini cinguettano, gli alberi sono in fiore.
Da un paio di giorni, sembra che la pioggia abbia lasciato il posto al sereno.
Ci sentiamo tutti più stanchi, ma pronti alla rinascita.
é giunto il momento di spiegare alla pupa cosa sono le stagioni.
Metto Vivaldi in sottofondo e mi preparo alla lezione.
Arriva l'orco.
"ma tu lo conosci questo? chi è?"
Ma come chi è, diamine? Ma che razza di uomo ho sposato? Non è un orco, è un troglodita. C'ha più di duemila cd e non conosce i padri fondatori della musica!
Vivaldi, poi, è l'autore più inflazionato della storia della musica.
L'hanno usato per la pubblicità di ogni bene di consumo uscito dalle fabbriche di tutto il mondo, negli ultimi cento anni.
é stato la sigla di una serie infinita di programmi televisivi. E quando in uno dei Tg delle reti commerciali montano uno di quei servizi girati come un telenovelas argentina o usano Vivaldi o i Sigur Ròs. Per non parlare delle attese telefoniche! Ce l'hanno tutti, dalle pagine gialle, agli studi legali, alle forniture di "pino er re della Sarciccia"!
Ecco cosa penso.
Però, gli dico:
"QUESTO è Vivaldi, le quattro stagioni, ce l'abbiamo in MP3, Vinile e cd".
Se ne va soddisfatto.
Io posso finalmente dedicarmi alla pupa, sperando di riuscire a recuperare parte delle tare genetiche che ha ereditato dal padre.
Mi munisco di "Pimpa e il natale" e attacco.
"Vedi Pupa, qui dalla pimpa è inverno. C'è la neve e fa freddo."
"sììì, la neve" risponde entusiasta.
"poi, però, l'inverno finisce e arriva la primavera. Escono tutti gli uccellini, crescono le piante e nei prati vengono i fiori. Poi, viene ancora più caldo e i fiori diventano frutti ed è l'estate".
"e andiamo al mare"
"sì, bravissima, andiamo al mare. Poi, torniamo a casa, viene più freddo, cadono le foglie ed è l'autunno".
Mi guarda attenta. Sembra aver capito.
Finita la sessione accademica, ci prepariamo per uscire.
Io indosso uno dei miei soliti modelli - piagiamone, informale e informe. Ma sono in ordine.
La pupa è deliziosa, con un vestitino color panna a righine blu e il cappottino blu, tutto aderente (per forza, la taglia è un anno e lei ne ha due).
L'orco, prima di uscire, è colto da un attacco acuto di orchite.
Zompetta fino allo spogliatoio con aria indecisa, e recupera dall'armadio i capi più orrendi che esistono nel suo guardaroba ( e nel mondo intero, e nella galassia, e, probabilmente, nell'universo). Sono talmente abominevoli che quando li tira fuori dall'armadio, mi pare di sentire che quello tiri un sospiro di sollievo. Poveretto, forse crede che li abbia presi per fiondarli in un cestino.
Illuso!
Prima di essere colta da un raptus omicida, mi reco ad attendere al piano di sotto.
Quando si ripresenta al nostro cospetto, ha i calzini uno diverso dall'altro, le scarpone nere con i teschi rossi, i pantaloni bucati che non si allacciano più sulla pancia, un golf giallo canarino con sotto una maglietta verde pisello, bucata, sporca e indossata al contrario.
Che faccio? Ci litigo tre ore per cercare di ricondurlo ad una qualche ragione estetica e mi perdo le ultime ore di sole, o lascio perdere e fingo di non conoscerlo mentre siamo per strada?
Opto per questa seconda ipotesi. Del resto, sono già abituata a fingere di non conoscere il cane ("ma di chi è questo cane che ha tolto il gelato dalle mani di mio figlio?", tacere e ostentare indifferenza, "ma signora questo cane la segue!", "ah davvero? oh poverino si sarà perso", "è sicura che non si sia suo?" "ma certo, vuole che non riconosca il mio cane?").
Nel cortile di casa, c'è un piccolo giardino.
Un quadrato di un metro per un metro di erbacce. Ma è primavera, è quindi ora ci sono anche tre o quattro margherite.
La Pupa ci si fionda. Poi mi chiama, saltellando.
"Guadda mamma, guadda! I fioli crescono!"
"sì, è vero. è la primavera, amore, te l'ha detto la mamma!".
La trascino in macchina e la sistemo sul seggiolino, mentre l'orco è già al volante.
Lei intanto ripete: "a primavera clescono i fioli, a primavera crlesce tutto".
Poi lancia un'occhiataccia davanti, mi guarda e mi dice:
"a primavere cresce tutto, però i capelli di papà non cresce, no!"
"Che vuoi amore mio" sospiro io "le stagioni sono belle, ma i miracoli non li sanno mica fare!"
lunedì 21 marzo 2011
Le mani in pasta
Dopo due anni, 3 mesi e 29 giorni mi sono presa un pomeriggio libero.
Un pomeriggio per me, senza Pupa, senza Orco, senza nessuno.
Sono andata a Panificare. Sì, insomma, ad un corso per imparare a fare il pane.
Dato che io potrei perdermi anche nel cortile di casa mia, Santo nonno mi ha accompagnato nel luogo fissato per il corso.
Un luogo che mi dicono essere compreso nel raccordo anulare. In un quartiere molto in voga a Roma. Peccato che dopo aver avuto un figlio, si faccia fatica a riconoscere anche il giornalaio in fondo alla strada. Sicché, ovviamente, non ci avevo mai messo piede in vita mia. Da sola non ci sarei mai arrivata.
A dire il vero, anche col Santo nonno, ho avuto delle difficoltà (che volete, ero io ad interpretare la mappa scaricata da Internet).
In un modo o nell'altro, comunque, sono approdata alla sede del corso.
In un bellissimo giardino, mi attendevano 15 donne-panificatrici in erba e una maestra.
Ci presentiamo e mi chiedono quale sia il mio rapporto con il pane: "principalmente me lo mangio" dico.
Le signore sorridono, ma non restano impressionate. In effetti, tutti mangiamo il pane. Io non sto a puntualizzare, chiarendo che quando dico "principalmente", intendo dire che ne mangio circa due chili al giorno, che il pane a casa mia dura meno di due ore, che appena uscito dal forno mi ci fiondo e riesco a ingurgitarne un chilo anche se incandescente, che consumo circa cinque chili di farina alla settimana, che mi nutrirei esclusivamente di quello, possibilmente farcito con una bella tavoletta di cioccolata.
Invece taccio e ascolto le altre.
Sono tutte panificatri esperte. Qualcuna ha portato dei pani da assaggiare. Naturalmente, non me ne lascio sfuggire nessuno.
Quando io sono ormai abbottata di pane, e tutte hanno ormai colto il senso della mia frase di presentazione, ci alziamo per andare in laboratorio.
La maestra comincia a spiegarci le tecniche della panificazione.
E io capisco perchè siamo solo donne.
Il pane è una metafora della maternità.
Tanto per cominciare, il lievito naturale si chiama lievito MADRE.
Ed è una cosa viva. Un misto di farina ed acqua in cui brulicano vitalissimi fermenti.
Bisogna averne cura, quasi si trattasse di un pesce rosso o di un altro piccolo animale. Un tamagoci, suggerisce sagacemente una delle mie compagne di pane.
Mai abbandonarlo, mai dimenticarlo, mai lasciarlo solo troppo tempo.
Mentre la maestra ci spiega come prenderci cura del lievito mamma, io già mi vedo partire per le vacanze estive con la macchina carica: pupa, gatta e vecchia nonna dietro, io alla guida, la nuova nonna davanti e fra di noi il lievito mamma, comodamente accoccolato in un termos.
La pupa strillerà come un' aquila da Roma a Civitavecchia, la vecchia nonna parlerà di dentiere tra Civitavecchia e Grosseto, la nuova nonna criticherà come guido dall'inizio alla fine del viaggio, e io riuscirò a vomitare sulle strade dell' Elba nonostante sia al volante.
Come farà il lievito a sopravvivere ad un tale trasbordo?
La maestra prosegue nell'esposizione, ma io ho già deciso che prima dell'estate darò il mio lievito in adozione.
"Per fare il pane bisogna rimestare il lievito naturale con acqua e farina e creare il lievitino". Spiega la nostra educatrice.
In pratica, il lievitino è il figlio del lievito madre. Traduco io.
Il lievitino, poi, diventerà pane.
Per diventare pagnotta, cito le parole della maestra "dovete insegnarli ad essere autonomo, riuscire a farlo staccare da voi e fargli percorrere la sua strada in autonomia".
In pratica, tocca tagliare il cordone ombelicare.
Insomma, non solo dobbiamo tagliarlo con le nostre madri e poi obbligare i nostri figli a tagliarlo con noi e cercare dei mariti che non se ne costruiscano uno tutto per loro, ma dobbiamo troncarlo anche al pane.
Con questo, però, ci dovremmo riuscire con tre bottarelle di mano e un pizzico di farina. Con gli altri, non basterà una vita.
La maestra spiega la tecnica: "per prima cosa dovete pulirvi le mani con la farina, se non sono perfettamente pulite non potete lavorare. Poi pulite tutta la ciotola dall'impasto appiccicato, usando le mani come spatole e quindi rivoltate il pane sulla schiena e lavoratelo sulla pancia. Il pane non si deve mai attaccare".
Ok, penso. é come cambiare un pannolino.
Raccatto tutto, sdraio il pupo sul fasciatoio, lo massaggio e lo pulisco un po' e poi lo inforno.
Mi guardo intorno e tutte procedono speditamente. Io sto ancora tentando di pulirmi le mani.
Ma come capperi si puliscono le mani con la farina?
Le mie sono sempre più sporche.
Il mio intruglio si appiccica sulle maniche, sulla camicia, sui capelli.
Quando sono ormai una statua di gesso, arriva la maestra.
Tento disperatamente di fingere il ribaltamento del panuozzo.
Sorrido. "stai facendo il movimento al contrario" mi secca. Cazzo, lo sapevo che sbagliavo qualcosa.
Ricomincio, tentando il movimento da lei suggerito. A tutte riesce benissimo. Per loro è naturale, per me è del tutto innaturale.
Mi impiccio un po' dei pani delle altre e vengo colta da un attacco di depressione fulminante. Sono tutti lisci e bianchi e ben rivoltati sulla schiena. Il mio è ancora adagiato sulla pancia, pieno di bitorzoli, appiccicato ovunque, rivoltante. Le mie mani sono ricoperte di una colla universale che mi cola sui vestiti.
Comincio ad avere dei miraggi del mio bel frullatore. Ma questo pane qui non si puà frullare, è una cosa viva. Frullarlo sarebbe come mettere la pupa nella lavatrice (ehh... e non si può, giusto?).
Provo ad insistere e comincio a parlarci : "senti pupo, è stato bello, ma ora devi diventare autonomo, ti devi staccare e andare nel forno".
Mi sembra di sentire un'eco di risa. é lui o le mie compagne?
Sta di fatto che quello di staccarsi non ne ha alcuna voglia. Non gli passa nemmeno per l'anticamera del fermento di abbandonare le mie mani e diventare una bella pagnotta. é così divertente fare il blob sui miei vestiti, perchè mai dovrebbe finire nel forno?
Alla fine, ci rinuncio e lo consegno alla maestra. Lei in quattro rapidi gesti lo rende presentabile e lo mette in incubatrice a lievitare.
Un thé e alcune chiacchere dopo, i pani sono cotti. Ce li dividiamo.
La maestra ci consegna anche il prezioso lievito mamma, pronuncia una formula meravigliosa dalla quale arguisco che il lievito che mi viene consegnato ha trecento anni e viene dalla Toscana.
Lo guardo e sento l'ansia che monta in me.
Nella mia vita, sono riuscita a far morire di tutto, dalle piante grasse al televisore.
Ed è una vita che sogno di far fuori mia madre.
Al lievito madre non do più di tre giorni.
Un pomeriggio per me, senza Pupa, senza Orco, senza nessuno.
Sono andata a Panificare. Sì, insomma, ad un corso per imparare a fare il pane.
Dato che io potrei perdermi anche nel cortile di casa mia, Santo nonno mi ha accompagnato nel luogo fissato per il corso.
Un luogo che mi dicono essere compreso nel raccordo anulare. In un quartiere molto in voga a Roma. Peccato che dopo aver avuto un figlio, si faccia fatica a riconoscere anche il giornalaio in fondo alla strada. Sicché, ovviamente, non ci avevo mai messo piede in vita mia. Da sola non ci sarei mai arrivata.
A dire il vero, anche col Santo nonno, ho avuto delle difficoltà (che volete, ero io ad interpretare la mappa scaricata da Internet).
In un modo o nell'altro, comunque, sono approdata alla sede del corso.
In un bellissimo giardino, mi attendevano 15 donne-panificatrici in erba e una maestra.
Ci presentiamo e mi chiedono quale sia il mio rapporto con il pane: "principalmente me lo mangio" dico.
Le signore sorridono, ma non restano impressionate. In effetti, tutti mangiamo il pane. Io non sto a puntualizzare, chiarendo che quando dico "principalmente", intendo dire che ne mangio circa due chili al giorno, che il pane a casa mia dura meno di due ore, che appena uscito dal forno mi ci fiondo e riesco a ingurgitarne un chilo anche se incandescente, che consumo circa cinque chili di farina alla settimana, che mi nutrirei esclusivamente di quello, possibilmente farcito con una bella tavoletta di cioccolata.
Invece taccio e ascolto le altre.
Sono tutte panificatri esperte. Qualcuna ha portato dei pani da assaggiare. Naturalmente, non me ne lascio sfuggire nessuno.
Quando io sono ormai abbottata di pane, e tutte hanno ormai colto il senso della mia frase di presentazione, ci alziamo per andare in laboratorio.
La maestra comincia a spiegarci le tecniche della panificazione.
E io capisco perchè siamo solo donne.
Il pane è una metafora della maternità.
Tanto per cominciare, il lievito naturale si chiama lievito MADRE.
Ed è una cosa viva. Un misto di farina ed acqua in cui brulicano vitalissimi fermenti.
Bisogna averne cura, quasi si trattasse di un pesce rosso o di un altro piccolo animale. Un tamagoci, suggerisce sagacemente una delle mie compagne di pane.
Mai abbandonarlo, mai dimenticarlo, mai lasciarlo solo troppo tempo.
Mentre la maestra ci spiega come prenderci cura del lievito mamma, io già mi vedo partire per le vacanze estive con la macchina carica: pupa, gatta e vecchia nonna dietro, io alla guida, la nuova nonna davanti e fra di noi il lievito mamma, comodamente accoccolato in un termos.
La pupa strillerà come un' aquila da Roma a Civitavecchia, la vecchia nonna parlerà di dentiere tra Civitavecchia e Grosseto, la nuova nonna criticherà come guido dall'inizio alla fine del viaggio, e io riuscirò a vomitare sulle strade dell' Elba nonostante sia al volante.
Come farà il lievito a sopravvivere ad un tale trasbordo?
La maestra prosegue nell'esposizione, ma io ho già deciso che prima dell'estate darò il mio lievito in adozione.
"Per fare il pane bisogna rimestare il lievito naturale con acqua e farina e creare il lievitino". Spiega la nostra educatrice.
In pratica, il lievitino è il figlio del lievito madre. Traduco io.
Il lievitino, poi, diventerà pane.
Per diventare pagnotta, cito le parole della maestra "dovete insegnarli ad essere autonomo, riuscire a farlo staccare da voi e fargli percorrere la sua strada in autonomia".
In pratica, tocca tagliare il cordone ombelicare.
Insomma, non solo dobbiamo tagliarlo con le nostre madri e poi obbligare i nostri figli a tagliarlo con noi e cercare dei mariti che non se ne costruiscano uno tutto per loro, ma dobbiamo troncarlo anche al pane.
Con questo, però, ci dovremmo riuscire con tre bottarelle di mano e un pizzico di farina. Con gli altri, non basterà una vita.
La maestra spiega la tecnica: "per prima cosa dovete pulirvi le mani con la farina, se non sono perfettamente pulite non potete lavorare. Poi pulite tutta la ciotola dall'impasto appiccicato, usando le mani come spatole e quindi rivoltate il pane sulla schiena e lavoratelo sulla pancia. Il pane non si deve mai attaccare".
Ok, penso. é come cambiare un pannolino.
Raccatto tutto, sdraio il pupo sul fasciatoio, lo massaggio e lo pulisco un po' e poi lo inforno.
Mi guardo intorno e tutte procedono speditamente. Io sto ancora tentando di pulirmi le mani.
Ma come capperi si puliscono le mani con la farina?
Le mie sono sempre più sporche.
Il mio intruglio si appiccica sulle maniche, sulla camicia, sui capelli.
Quando sono ormai una statua di gesso, arriva la maestra.
Tento disperatamente di fingere il ribaltamento del panuozzo.
Sorrido. "stai facendo il movimento al contrario" mi secca. Cazzo, lo sapevo che sbagliavo qualcosa.
Ricomincio, tentando il movimento da lei suggerito. A tutte riesce benissimo. Per loro è naturale, per me è del tutto innaturale.
Mi impiccio un po' dei pani delle altre e vengo colta da un attacco di depressione fulminante. Sono tutti lisci e bianchi e ben rivoltati sulla schiena. Il mio è ancora adagiato sulla pancia, pieno di bitorzoli, appiccicato ovunque, rivoltante. Le mie mani sono ricoperte di una colla universale che mi cola sui vestiti.
Comincio ad avere dei miraggi del mio bel frullatore. Ma questo pane qui non si puà frullare, è una cosa viva. Frullarlo sarebbe come mettere la pupa nella lavatrice (ehh... e non si può, giusto?).
Provo ad insistere e comincio a parlarci : "senti pupo, è stato bello, ma ora devi diventare autonomo, ti devi staccare e andare nel forno".
Mi sembra di sentire un'eco di risa. é lui o le mie compagne?
Sta di fatto che quello di staccarsi non ne ha alcuna voglia. Non gli passa nemmeno per l'anticamera del fermento di abbandonare le mie mani e diventare una bella pagnotta. é così divertente fare il blob sui miei vestiti, perchè mai dovrebbe finire nel forno?
Alla fine, ci rinuncio e lo consegno alla maestra. Lei in quattro rapidi gesti lo rende presentabile e lo mette in incubatrice a lievitare.
Un thé e alcune chiacchere dopo, i pani sono cotti. Ce li dividiamo.
La maestra ci consegna anche il prezioso lievito mamma, pronuncia una formula meravigliosa dalla quale arguisco che il lievito che mi viene consegnato ha trecento anni e viene dalla Toscana.
Lo guardo e sento l'ansia che monta in me.
Nella mia vita, sono riuscita a far morire di tutto, dalle piante grasse al televisore.
Ed è una vita che sogno di far fuori mia madre.
Al lievito madre non do più di tre giorni.
giovedì 17 marzo 2011
è tutto un attimo
è stato un attimo. Un unico, misero, momento di distrazione.
Mi sono fermata cinque minuti in più all’asilo.
Giusto il tempo di sorseggiare mezza tazza di caffè. Solo un istante per ringraziare la psicologa del colloquio di qualche tempo fa (colloquio dal quale è emerso che io avrei bisogno di circa 15 anni di psicoanalisi per riuscire a raggiungere l’equilibrio mentale, ma mia figlia può dirsi praticamente normale).
Un errore fatale!
Infatti, proprio mentre chiacchieravo amabilmente con la psicologa, allungando le orecchie, ho sentito distintamente:
“Giacomino ha avuto l’influenza gA-strO-INTESTINale! Un inferno! speriamo che adesso sia finita!”.
Per fortuna, la pupa ce l’ha già avuta a Natale, ho pensato, ignorando il fatto che gli adulti non sono immuni a certe malattie.
E infatti. Mentre ascoltavo quella frase, milioni di bacilli stavano sguazzando nella mia tazza di caffè e centinaia di microbi nuotavano nell’aria verso le mie vie respiratorie.
Quella sera stessa, la passavo abbracciata al water chiedendomi quando e come fossi riuscita a mangiare tutta la roba che mi usciva dalla pancia.
Che fa il cibo quando arriva nello stomaco, si moltiplica come i pani e i pesci?
Benché potessi farlo ad occhi chiusi, il percorso fra letto e bagno era una lotta contro il tempo e gli elementi, ché mi sentivo come sopra al Titanic durante l’affondamento (peccato che, come al solito, di Di Caprio nemmeno l’ombra).
Tanto per non farsi mancare niente, mentre io combattevo con il mare in tempesta, la pupa ricadeva nell’abisso dell’otite.
Le mie sedute da fratello water erano dunque intramezzate dai suoi lamenti per il mal d’orecchio.
Probabilmente, non è da brava mamma, ma al terzo lamento, senza sentire il medico, ho ripreso l’antibiotico e gliel’ho dato.
Abbiate pietà. Non si può pretendere di meglio da una che lotta contro i flutti in tempesta per andare a vomitare in santa pace e intanto deve consolare una bimba piagnucolosa.
A tutto c’è un limite.
Dopo tre giorni, ancora stiamo male.
La pupa si lamenta meno, ma ha la febbre.
Ma ci credo io! Alle quattro di notte fa rave party con i sette nani!
Eh sì, alle quattro e qualcosa, posso giurarlo, attacca a cantare: “andiam andiam andiam a lavorar”.
Nella scaletta musicale inserisce anche altri pezzi, molti di sua invenzione, e finisce la festa con dei comizi incomprensibili:
“Papà preso pallina! Io allabbiata. Papà battivo. I bravi Papà non prende palline”,
o anche
“Pisolino mio! Pisoletto! piccolo mio dove sei? ah eccoti, tu battivo! tu lubato calamelle! adesso io mette te in punizione!”.
Io son passata dal Titanic a una barchetta in balia delle onde, è vero, ma è comunque un’esperienza poco piacevole.
Del resto, guarire da un malanno stando a casa con i bambini è quasi impossibile.
Guarire da un malanno stando a casa con i bambini malati è decisamente impossibile.
Se poi ci aggiungiamo un boss con sindrome da nido vuoto che chiama a tutte le ore, il cliente che non sa allacciarsi le scarpe da solo, ma è capacissimo di rintracciarmi anche a casa (e ci scommetto mi avrebbe trovata anche sul Titanic), i nonni onnipresenti, è chiaro che non guarirò mai.
Non prima di essere tornata a lavoro, comunque.
lunedì 14 marzo 2011
Fior di Mamma (spulciando fra i giornali)
Per molte mamme, l'allattamento è stato uno dei periodi più felici della vita.
Guardare negli occhi il proprio bambino mentre lo si nutre di cibo e amore è un'esperienza indimenticabile.
Per altre, l'allattamento è stato un inferno.
Guardare negli occhi il proprio bambino, mentre quello si dimena come un gatto chiuso in un sacco e distribuisce morsi e graffi al seno materno, è un'esperienza indementicabile.
Girare per le strade con una taglia di reggiseno da ippopotamo e le tette che sparano latte a destra e a manca è un'esperienza indimenticabile.
Alzarsi la notte dalle cinque alle sei volte, per tentare di far poppare un pupo in preda alle coliche, è un'esperienza altrettanto indimenticabile.
Vivere tette al vento ad ogni ora del giorno e della notte, arrivare a contare 14 poppate al giorno, per una durata di un'ora l'una, è un'altra esperienza indementicabile.
è per queste donne, queste schiave della tetta, che voglio spezzare una lancia.
Sarò l'unica, credo.
Perchè, oggi, non v'è un esperto del settore - dall'ostetrica all'istruttore di baby nuoto - che non istighi la neo mamma all'allattamento ad oltranza, demonizzando il latte artificiale.
40 anni fa, però, era l'allattamento materno ad essere bandito! Del resto, avevano appena inventato questi latti meravigliosi, pieni di tutto quello che serve e pronti all'uso, perchè torturare le mamme?
Le poverette, anche se di latte ne avevano a iosa, erano obbligate ad utilizzare il latte finto.
Oggi, una che non ha latte o che interrompe l'allattamento ai tre mesi del pupo, è guardata come l'incarnazione del male. L'anti-madonna per eccellenza. Un mostro.
Come minimo, dice l'organizzazione mondiale per la sanità, devi allattare sei mesi. Meglio ancora un anno. Se puoi, due.
La mia opinione è che i membri seduti in seno all'OMS siano tutti maschi, portatori di una visione tettocentrica della esistenza. é evidente che sognano tette dalla mattina alla sera, probabilmente cresciuti a latte articificiale e con il lontano miraggio del seno materno.
Perchè, mi chiedo, quale donna sana di mente vorrebbe avere due tette del peso di 15 chili l'una, portare un reggiseno con due comode pezze che si aprono sul davanti, meno sexy di quello in dotazione alle suore di clausura, e tenerle sempre pronte all'uso per DUE anni?
E però, a farlo per soli tre mesi, come la sottoscritta, o anche meno, come chi, volente o nolente, il latte non ce l'ha, verrai perseguitato dai sensi di colpa per il resto della tua vita.
Ad ogni minimo malassere del pupo sentirai la coscienza insorgere "hai visto? ha le difese immunitariee basse perchè non gli hai dato il latte! Egoista!". E poi la vedrai darsi il cinque con il pediatra e le ostetriche del corso per parto.
Proprio oggi, ho appreso che non solo il latte di mamma va dato sino ai due anni, ma che, nei primi sei mesi di vita, i poveri bimbi non devono assoolutamente avere né acqua, né altri latti, né tisane.
In particolar modo, assolutamente bandite dall'alimentazione dei pupi devono essere le tisane al finocchio!
Ebbene sì, sono cancerogene. Meglio evitarle anche se si è adulti.
Non è che sia un grande sacrificio, considerato che hanno il sapore di una saponetta stantia. Però, una tisanuccia anti colica faceva comodo.
Magari ce la potrebbero sostiuire con una non cancerogena?
A quanto pare, no.
Parafraso le parole di uno dei membri dell'OMS: "Niet latte artificiale, Niet acqua, Niet tisane, solo latte di vera mamma per sei mesi. è vero che il latte di mamma fa venire le coliche al pupo, ma le coliche sono sane e fisiologiche, perchè lo aiutano a crescere!".
Vaglielo a dire ai pupi in preda ai dolori che le coliche fannno crescere, e poi diglielo pure alla madre in preda al baby blues e sveglia da 23 ore di fila che le coliche sono una cosa positiva, gli avrei risposto io.
Non solo mi chiedo perchè in certe questioni sia vietata l'applicazione del senso della misura e perchè, arrivati all'evento nascita, le esigenze della donna, così altamente considerate durante tutta la gravidanza, vengano prontamente dimenticate e la MAMMA venga sacrificata unicamente al benessere del pupo (senza pensare che quello forse starebbe meglio se avesse una mamma sana di mente e con la forza necessaria a tenerlo in braccio), ma soprattutto mi sorge spontanea una domanda :
se 'sto benedetto latte umano fa tanto bene ed è tanto buono, perchè diamine hanno immediatamente ritiritaro dal mercato il gelato al fior di latte di mamma preparato dal saggio gelataio inglese?
Guardare negli occhi il proprio bambino mentre lo si nutre di cibo e amore è un'esperienza indimenticabile.
Per altre, l'allattamento è stato un inferno.
Guardare negli occhi il proprio bambino, mentre quello si dimena come un gatto chiuso in un sacco e distribuisce morsi e graffi al seno materno, è un'esperienza indementicabile.
Girare per le strade con una taglia di reggiseno da ippopotamo e le tette che sparano latte a destra e a manca è un'esperienza indimenticabile.
Alzarsi la notte dalle cinque alle sei volte, per tentare di far poppare un pupo in preda alle coliche, è un'esperienza altrettanto indimenticabile.
Vivere tette al vento ad ogni ora del giorno e della notte, arrivare a contare 14 poppate al giorno, per una durata di un'ora l'una, è un'altra esperienza indementicabile.
è per queste donne, queste schiave della tetta, che voglio spezzare una lancia.
Sarò l'unica, credo.
Perchè, oggi, non v'è un esperto del settore - dall'ostetrica all'istruttore di baby nuoto - che non istighi la neo mamma all'allattamento ad oltranza, demonizzando il latte artificiale.
40 anni fa, però, era l'allattamento materno ad essere bandito! Del resto, avevano appena inventato questi latti meravigliosi, pieni di tutto quello che serve e pronti all'uso, perchè torturare le mamme?
Le poverette, anche se di latte ne avevano a iosa, erano obbligate ad utilizzare il latte finto.
Oggi, una che non ha latte o che interrompe l'allattamento ai tre mesi del pupo, è guardata come l'incarnazione del male. L'anti-madonna per eccellenza. Un mostro.
Come minimo, dice l'organizzazione mondiale per la sanità, devi allattare sei mesi. Meglio ancora un anno. Se puoi, due.
La mia opinione è che i membri seduti in seno all'OMS siano tutti maschi, portatori di una visione tettocentrica della esistenza. é evidente che sognano tette dalla mattina alla sera, probabilmente cresciuti a latte articificiale e con il lontano miraggio del seno materno.
Perchè, mi chiedo, quale donna sana di mente vorrebbe avere due tette del peso di 15 chili l'una, portare un reggiseno con due comode pezze che si aprono sul davanti, meno sexy di quello in dotazione alle suore di clausura, e tenerle sempre pronte all'uso per DUE anni?
E però, a farlo per soli tre mesi, come la sottoscritta, o anche meno, come chi, volente o nolente, il latte non ce l'ha, verrai perseguitato dai sensi di colpa per il resto della tua vita.
Ad ogni minimo malassere del pupo sentirai la coscienza insorgere "hai visto? ha le difese immunitariee basse perchè non gli hai dato il latte! Egoista!". E poi la vedrai darsi il cinque con il pediatra e le ostetriche del corso per parto.
Proprio oggi, ho appreso che non solo il latte di mamma va dato sino ai due anni, ma che, nei primi sei mesi di vita, i poveri bimbi non devono assoolutamente avere né acqua, né altri latti, né tisane.
In particolar modo, assolutamente bandite dall'alimentazione dei pupi devono essere le tisane al finocchio!
Ebbene sì, sono cancerogene. Meglio evitarle anche se si è adulti.
Non è che sia un grande sacrificio, considerato che hanno il sapore di una saponetta stantia. Però, una tisanuccia anti colica faceva comodo.
Magari ce la potrebbero sostiuire con una non cancerogena?
A quanto pare, no.
Parafraso le parole di uno dei membri dell'OMS: "Niet latte artificiale, Niet acqua, Niet tisane, solo latte di vera mamma per sei mesi. è vero che il latte di mamma fa venire le coliche al pupo, ma le coliche sono sane e fisiologiche, perchè lo aiutano a crescere!".
Vaglielo a dire ai pupi in preda ai dolori che le coliche fannno crescere, e poi diglielo pure alla madre in preda al baby blues e sveglia da 23 ore di fila che le coliche sono una cosa positiva, gli avrei risposto io.
Non solo mi chiedo perchè in certe questioni sia vietata l'applicazione del senso della misura e perchè, arrivati all'evento nascita, le esigenze della donna, così altamente considerate durante tutta la gravidanza, vengano prontamente dimenticate e la MAMMA venga sacrificata unicamente al benessere del pupo (senza pensare che quello forse starebbe meglio se avesse una mamma sana di mente e con la forza necessaria a tenerlo in braccio), ma soprattutto mi sorge spontanea una domanda :
se 'sto benedetto latte umano fa tanto bene ed è tanto buono, perchè diamine hanno immediatamente ritiritaro dal mercato il gelato al fior di latte di mamma preparato dal saggio gelataio inglese?
sabato 12 marzo 2011
Time to change
Dopo una settimana di feste della donna, manifestazioni al femminile, convegni sul ruolo della donna nel mondo del lavoro, sedute psicanalitiche sulla consapevolezza del ruolo di mamma e moglie, ho deciso di mettere in pratica il cambiamento da più parti suggerito.
Abbandonati definitivamente i panni della donna macho, mi sono recata in udienza con l’intenzione di essere in tutto e per tutto me stessa: una donna, mamma, avvocato, stanca, depressa e in sovrappeso.
Niente mise studiate per il tribunale, niente tubini strizzati, niente tacchi, ma comode scarpe da ginnastica basculanti (sì, quelle che sembrano rubate a Frankestein), pantaloni larghi con elastico in vita, golfino a collo alto e mantellona di lana.
Una comodità assoluta. La sincerità estrema. L’orrore estetico.
In udienza c’erano anche “le mie ragazze”, gli avvocati delle generazioni future, al momento definite “praticanti”.
Nell’attesa del nostro turno al cospetto del giudice, ho, come di consueto, condotto la conversazione:
“Volete un cappuciokko?”
“no, grazie avvocato”. Le praticanti sono le uniche al mondo a chiamarmi avvocato e a darmi del lei.
“io me lo prendo, sono così stanca. Per una volta che mia figlia ha dormito, la gatta mi ha tenuta sveglia tutta la notte”.
Torno con il cappuciokko e mi decido a parlare di cose serie, argomenti che saranno utilissimi nella carriera delle mie ragazze. Le interrompono mentre disquisiscono dell’ultima riforma del codice di procedura civile, e dico “allora, avete visto i vestiti della notte degli oscar?”
Quelle mi guardano perplesse.
Fortunatamente, non hanno il tempo di replicare, perché il giudice ci chiama.
In udienza, sono un treno. Se potessi uscire da me stessa e osservarmi dall’alto, non mi riconoscerei.
Comunque, per oscure ragioni che io stessa ignoro, vado forte.
Il giudice è una delizia. In tutti i sensi.
è pacata, ma seria, e ha l’aria di essere preparata. è vestita divinamente (no, lei non indossa pantaloni con l’elastico in vita). Ed è bellissima.
Quando sorride, mi viene voglia di abbracciarla. Naturalmente, mi contengo.
Va bene essere se stesse e coltivare la femminilità, ma vorrei evitare di finire in galera per molestie.
Ad un certo punto, ci confessa che reputa la causa molto difficile. Ha ragione e glielo dico:
“è proprio vero, sapesse quanti pianti mi sono fatta sulla pratica, all’inizio”.
L’avvocato di controparte si agita sulla sedia.
Ma il giudice sorride: “la verità è che quando leggo gli atti dell’attore non posso che dargli ragione, poi, però, leggo quelli del convenuto e do ragione anche a lui”
“L’importante è che legga sempre i miei per secondi” le dico.
Il Giudice ride, l’avvocato di controparte non ride. è un uomo, ovviamente. è carino, a modo, ha tutto quello che si conviene ad un bravo avvocato. E dunque, è ovvio, è del tutto privo di senso dell’umorismo.
All’uscita, le mie ragazze mi saltano addosso come ciwawa in crisi d’astinenza.
“avvocato” mi dicono con aria sconvolta “avvocato, ma lei è bravissima”.
“oh beh, grazie” dico imbarazzata.
“no, avvocato, diciamo sul serio. Mentre parlava ci siamo guardate come per dire, ma è proprio lei o ce l’hanno sostituita strada facendo?”.
Sono sinceramente commossa dal loro entusiasmo giovanile e non me la sento di far loro notare che il senso del loro complimento è : “ma come può quella deficiente che parla solo di moda, pannolini sporchi di cacca, gatti pazzi e diete, capire qualcosa di diritto?”.
Allora ringrazio e le lascio nella convinzione di aver appena appreso uno dei segreti di Fatima.
Poi, mi reco in ufficio. Ripasso mentalmente i suggerimenti del convengo e un articolo che avevo letto su Glamoor "le dieci mosse per ottenere un aumento".
Busso alla porta del boss.
Faccio un resoconto dettagliato dell’udienza e poi comincio :
“sai, al convegno dell’altro giorno, sì, beh, insomma, è venuto fuori che sono un po’ sottopagata” Così dico, ma, in realtà, penso “diciamo pure che sono tenuta alla fame”.
“Mmm” mugugna, mentre legge le emails.
A questo punto, potrei anche dirgli che ho appena visto la moglie girare nuda per il centro, comunque, non otterrei alcuna reazione.
Ha già smesso di seguirmi.
Dice il giornale che devo trovare un argomento capace di catturare la sua attenzione.
“Sai in metro ho visto un tipo con l’ebook”.
Subito alza la testa: “ahh certo!! è quello il futuro” mi risponde con convinzione (il boss è un fissato delle nuove tecnologie). Lo lascio sfogare, fingendo di ascoltare il suo predicozzo sulla funzione fondamentale degli e-book per il futuro del pianeta e poi ritento:
“io penso che, a questo punto, dovrei avere un aumento”.
Glamoor dice di far riferimento alla situazione del mercato (non è che gli avvocati si trovino proprio al mercato, ma io ci provo).
“sai mi sono informata, ed è venuto fuori che gli altri studi legali pagano di più”
“e perché non vai lì, allora?”.
Già perché?
Non ci vado, perché non mi vogliono, è chiaro. Chi se la piglia una mamma avvocato che non può garantire la disponibilità 24 ore su 24? Questo ho la sensazione di non poterlo dire, allora mi fingo emotivamente coinvolta nel lavoro.
“Ma io qui mi trovo bene. Non voglio andare lì, voglio stare qui, continuare a lavorare con te che mi insegni così bene, ma essere pagata adeguatamente”.
“Non abbiamo i soldi, io stesso mi sono autotassato per poter pagare le segretarie. Mi dispiace”.
Glamour non dava suggerimenti per un caso di questo genere. Allora, improvviso.
“Sai mi sono accorta che l’altro giorno non ho avuto alcuna reazione quando mi hai detto che tutti dicono che assomigli a Colin Firth. Non vorrei che avessi pensato che il mio repentino cambiare discorso fosse un bieco tentativo di evitare di essere costretta ad un confronto sincero su questo punto”.
Tace e mi guarda in cagnesco.
“Se adesso ti dico che è assolutamente vero che assomigli a Colin Firth, che l’ho sempre pensato ma non avevo il coraggio di dirtelo, potresti prendere in considerazione l’idea di darmi un aumento?”.
giovedì 10 marzo 2011
Baby b-lo(a)w
In qualità di avvocato, non posso esimermi dal dedicare un certo numero di ore al mese all'aggiornamento professionale, e dunque ai convegni.
Non è una scelta, è un obbligo.
Poiché nessuno è interessato alla materie con cui io devo fare i conti tutti i giorni (al contrario, quasi tutti le rifuggono come la peste), sono costretta a partecipare a convegni dedicati ai temi più svariati, per me privi di concreto interesse
Ieri, invece, ho avuto la fortuna di partecipare ad un convegno interessante ed estremamente piacevole.
Titolo: la donna avvocato nella Comunità Economica Europea.
Sottotitolo: come sopravvivere al lavoro, ai figli, ai mariti, ai nonni rimbambiti, ai pets, ai tribunali, ai colleghi, ed essere donne felici.
Sottotitolo: come sopravvivere al lavoro, ai figli, ai mariti, ai nonni rimbambiti, ai pets, ai tribunali, ai colleghi, ed essere donne felici.
Le brave relatrici, dati e statistiche alla mano, hanno esposto brillantemente quella che è la condizione lavorativa delle donne, e in particolare mamme, avvocato: una tragedia!
Ecco i dati.
A parità di età e di livello, le donne guadagnano circa l'80% in meno degli uomini.
Oltre il 90% delle avvocatesse (un termine allucinante, lo so. Purtroppo, non esiste altro per definirci. L'avvocato è stato maschio per così tanto tempo che la lingua ha potuto svilupparsi facendo a meno del genere femminile. Oggi, quindi, ci tocca fare i conti con l’orrido suffisso) si cancella dall'albo entro i 4 anni dall'iscrizione.
Attualmente, la rappresentanza dell'avvocatura romana annovera solo tre membri di sesso femminile su 15.
L'organo che rappresenta l'avvocatura nazionale in Italia è composto esclusivamente da uomini.
La condizione peggiore, a detta delle relatrici, è quella di chi lavora in grossi studi legali, sottoposta a boss di sesso maschile, con orari da dipendente e senza alcuna autonomia, ma con tutte le fregature del lavoratore autonomo (e cioè l’iva e l’obbligo di pagarsi i propri contributi, oltre a nessuna garanzia di assistenza per malattia, invalidità, maternità, ecc. ).
"Pensate" ha detto con orrore una delle prime colleghe ad intervenire "negli studi associati, ci sono donne che lavorano 10 ore al giorno, per 1.500 euro lordi al mese, senza alcuna garanzia sull'avanzamento di carriera".
Ho seriamente sentito l'impulso di alzarmi per gridare "sono qui, sono qui! sono io!".
Mi guardavo intorno, mentre tutte annuivano, chiedendomi "ma davvero sono così sfigata?".
Il cerchio, però, non era ancora chiuso.
"Alle donne è stato consentito l’accesso alla avvocatura solo nel 1919. Ma, anche quando sono state ammesse a svolgere la professione, molte non godevano di alcuna libertà, impiegate negli studi paterni e sottoposte alle norme del padre".
Mi sono girata a destra e sinistra, cercando qualcuna che si sentisse tirata in ballo come me. Sottoposta alle norme paterne? Ma quando mai?
Sottoposta, non rende a sufficienza l’idea. Io sono decisamente sottomessa. Uno zerbino.
Non solo lavoro con mio padre e i suoi scagnozzi, non solo vengo pagata la anzidetta miseria lorda, ma, per garantire la sopravvivenza a me e alla prole, ricevo ancora una umiliante paghetta, sulla quale pago l'IVA!
E certo. Bisogna essere onesti.
Mentre io affondavo sempre più nella poltrona, cercando di nascondermi, il convegno andava avanti.
Quando sono stati esposti i risultati di una ricerca che ha dimostrato che le donne sono discriminate non perché non all’altezza, ma perchè più brave degli uomini, i pochi maschi rimasti in platea si sono dati alla macchia.
Il muliebre consesso, invece, è andato avanti nell’analisi e ha azzardato una soluzione: per godere di una vita privata e professionale dignitosa, per prima cosa, bisogna cambiare il proprio atteggiamento.
Diventare donne macho è sconsigliato, meglio coltivare la propria femminilità, mostrarsi sicure e motivate, senza essere aggressive, e ipotizzare una diversa organizzazione del lavoro, così da conciliare lavoro e famiglia.
Anche una maggiore partecipazione degli uomini alla vita familiare sarebbe gradita. Ma questo, secondo le relatrici, è un dato che possiamo dare ormai per assodato.
Gli uomini che non collaborano in famiglia sono destinati all’estinzione.
Sarà. Ma, se devo essere sincera, i maschilisti che mi circondano non mi pare si stiano estinguendo. Piuttosto, stanno ingrassando.
Le nuove generazioni, invece, mi riempiono di speranza.
Per la festa della donna, la Pupa ha voluto portare i fiori al padre.
“ma come” le ha detto la nonna “i fiori sono per le donne, per la mamma”.
“No, nonna” ha spiegato lei “i fiori sono per papà, perché papà senza fiori piange e poi non pulisce più la casa!”
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